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La Nuova Visione del Mondo
la cultura e la pratica integrali
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GLI STADI DELLA MEDITAZIONE
di Ken Wilber -
Jack Engler, Daniel P. Brown
Stadio I. Pratiche etiche preliminari-Stadio II. Addestramento
preliminare del corpo e della mente- Stadio III. Concentrazione
con supporto-Stadio IV. Concentrazione senza supporto-
Stadio V. Meditazione di visione profonda-Stadio VI. La mente e
l'illuminazioni straordinarie
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Stadio I. Pratiche etiche preliminari-
A. I preliminari ordinari: cambiamento di atteggiamento
Le pratiche etiche preliminari riguardano la completa
trasformazione psicocomportamentale intesa a preparare il
principiante, in un momento successivo, alla meditazione vera e
propria. Sono effettuate mentre il novizio continua a vivere la
sua vita di tutti i giorni. Siccome i principianti dubitano per
lo più della loro capacità di conseguire l'illuminazione, la
pratica, almeno nella Mahamudra, comincia con un esercizio
per "risvegliare la fede" I terapeuti
comportamentisti, per esempio Bandura (1977), riconoscerebbero
anch'essi l'importanza di promuovere il senso dell'"
"efficacia del Sé", ossia il convincimento che
all'inizio di un qualsiasi presagito cambiamento di comportamento
si può riuscire a produrre un risultato: in questo caso
l'illuminazione. Il principiante, inoltre, deve imparare a
cambiare l'atteggiamento verso la vita quotidiana per abbandonare
gli attaccamenti mondani e diventare sempre più motivato alla
pratica della meditazione. Questo cambiamento può essere
sollecitato mediante una serie di "preliminari
ordinari" chiamati nella Mahamudra le
"Quattro Nozioni". Il novizio deve anzitutto
riflettere sulla rara e preziosa occasione di trovarsi in una
situazione favorevole alla pratica, poi compiere una
visualizzazione particolareggiata del proprio comportamento
giornaliero e delle sue conseguenze, come pure una
visualizzazione della sofferenza sperimentata dai vari esseri nel
mondo. Presi nel loro insieme, questi esercizi producono uno
stato ipermotivato che pone il novizio in grado di perdere
lentamente ogni interesse per le attività quotidiane e di
diventare invece fortemente motivato a intraprendere la pratica
del dharma. Questo stato ipermotivato è analogo a quello che gli
psicologi sociali hanno chiamato di "reattanza" (Brehm,
1972), che si ha quando è minacciata la libertà
dell'"individuo. Le riflessioni su quest'occasione e sulla
morte portano alla rivalutazione delle faccende dello spirito nei
confronti di quelle della vita quotidiana e all'intenso desiderio
di praticare.
B. I preliminari straordinari: cambiamento intrapsichico
Favorita così questa motivazione, il principiante è in
grado di rinunciare alle faccende quotidiane e di
"penetrare". La consapevolezza è ora rivolta al flusso
della coscienza tenendo ben presente lo scopo della pratica. La Mahamudra
raccomanda reiterate riflessioni formali sullo scopo mediante
lo sviluppo di un "atteggiamento illuminato". Negli
Yogasutra si istruisce il novizio a "stabilire il
collegamento" con la "consapevolezza
trascendente", purusa . La riflessione interna sullo
scopo è integrata nel comportamento esterno dal rigoroso studio
formale dei fondamenti filosofici della pratica. In questo modo
egli muta lentamente ma radicalmente aspettative e credenze circa
la pratica. Gli psicologi sociali hanno mostrato come le
modificazioni delle aspettative personali di risultato e del
proprio sistema di credenze abbiano un impatto significativo su
qualsiasi tipo di cambiamento del comportamento. Per esempio,
Frank (1961) potrebbe interpretare le riflessioni interne e lo
studio formale come una manipolazione del proprio "sistema
di assunti" e delle proprie "aspettative di salute
psicologica", per cui il meditante giunge a credere sempre
più che la pratica della meditazione produrrà, con
l'illuminazione, cambiamenti d"esperienza positivi e
irreversibili. Inoltre, Smith (1976) ha dimostrato che, con la
meditazione, le aspettative di risultato influiscono
significativamente sui cambiamenti emotivi e comportamentali.
Per prepararsi alla meditazione vera e propria, il principiante
deve compiere una radicale trasformazione del flusso della
coscienza e dare armonia alla propria vita interiore. Lo si
ottiene con una serie di esercizi chiamati "preliminari
straordinari" nella Mahamudra e
"prescrizioni" (YS, niyama) negli Yogasutra.
Il flusso della coscienza è composto di vari "fattori
mentali" letteralmente: "ciò che avviene nella
mente". Gli stati affettivi dolorosi, con i pensieri, le
immagini e i ricordi che vi sono associati, sono frequentissimi,
e ciascuno di essi - dicono gli Yogasutra - contribuisce a
creare il dubbio. Il principiante impara a osservare e a reagire
agli eventi del flusso per modificarne il contenuto. Con la
"confessione" o "purificazione" individua ed
estirpa gli stati dolorosi. Attraverso "offerte"
concomitanti e perseguendo l'appagamento", coltiva
attivamente stati piacevoli, per esempio la pazienza. Con la
rappresentazione di qualche simbolo della realtà ultima - sia
visivamente come nel "guru-yoga" della Mahamudra, sia
auditivamente, come nel mormorare Om nell'identificazione
con Ishwara degli Yogasutra - egli impara a riformulare i
concetti riguardanti la realtà ultima in modo che le
"nozioni" spontanee che sopravvengono nel flusso della
coscienza siano più in armonia con le credenze filosofiche e con
lo scopo ultimo della pratica della meditazione.
Presi nell'insieme, questi esercizi producono un profondo
cambiamento intrapsichico. Essi richiamano alla mente quella che
in psicologia sociale è chiamata la "teoria
dell'"autoconsapevolezza oggettiva" (Duval e Wicklund,
1973). La pratica orientale delle prescrizioni e la pratica
occidentale della focalizzazione su di sé - e quanto a ciò la
psicoanalisi - si fondano entrambe sulla consapevolezza degli
eventi nel flusso della coscienza, e hanno entrambe lo scopo di
provocare cambiamenti intrapsichici nel fluire dei sentimenti e
dei pensieri che l'individuo ha su se stesso. Sonò stati
compiuti studi di laboratorio su soggetti sottoposti a condizioni
che spingono a focalizzarsi su se stessi e richiedono che si
diriga l'attenzione interiormente. La prima reazione è una più
acuta consapevolezza dell'"affetto negativo (Scheir, 1976;
Scheir e Carver, 1977). Al di là di queste reazioni negative
iniziali, Ickes, Wicklund e Ferris (1973) hanno constatato che
durante la focalizzazione su di sé certe condizioni possono
accrescere l'affetto positivo. Anche Geller e Shaver (1976) hanno
scoperto che la focalizzazione su di sé può modificare le
cognizioni che abbiamo su noi stessi. Nella meditazione, la
focalizzazione sugli eventi del flusso della coscienza può
essere effettuata in modo da estirpare gli stati affettivi
dolorosi, coltivare i piacevoli e rendere le proprie associazioni
spontanee più adeguate allo scopo ultimo.
C. I preliminari avanzati: cambiamento del comportamento
Le prescrizioni sono integrate da una serie di pratiche
comportamentali chiamate rispettivamente "preliminari
avanzati" "precetti" (MM, sila) e
"divieti" (YS, yama). Esse comprendono
modificazioni: a) dello stile di vita e del comportamento
sociale; b) dell'"input sensoriale; c) del grado di
consapevolezza. Il principiante impara a individuare il
comportamento dannoso e quindi a "praticare il comportamento
opposto". Per le leggi di causa ed effetto, quest'azione
contraria si manifesterà col tempo come una serie di cambiamenti
positivi nel flusso della coscienza; il cambiamento di
comportamento contribuisce al cambiamento intrapsichico.
Stile di vita e comportamento sociale sono regolati mediante un
elenco di precetti principali e secondari destinati a enumerare
gli elementi della vita quotidiana al fine di far compiere
all'individuo un accurato esame del proprio comportamento:
routine e abitudini giornaliere, lavoro e tempo libero,
alimentazione e sonno. Le normali attività dell'"individuo,
e anche un eccesso di input sensoriale, scompigliano il flusso
della coscienza. Il principiante impara anche a padroneggiare i
sensi con un esercizio chiamato "controllo dei sensi"
nella Mahamudra e "disciplina del calore
interiore" negli Yogasutra. I divieti
si concludono con un rigoroso addestramento alla consapevolezza,
coltivato sia nella seduta formale sia nell'intero corso delle
proprie attività giornaliere allo scopo di conseguire uno
stato di consapevolezza ininterrotta per l'intero giorno e
l'intera notte.
Da tempo i terapeuti comportamentisti mettono in risalto
l'importanza di modificare il comportamento, benché solo la più
recente teoria cognitiva comportamentista abbia sottolineato
l'esistenza di un qualche nesso fra comportamento esterno e
processi interni (Bandura, 1977). Alcuni esponenti della medicina
comportamentistica e del biofeedback hanno dato rilievo
alla connessione fra attenzione/consapevolezza e processi interni
(Green et al., 1970). Le tradizioni della meditazione
illustrano le interruzioni fra i tre elementi: realtà interna,
comportamento esterno e attenzione/consapevolezza. La teoria
comportamentista orientale (asiatica), specie la terapia Morita
(Reynolds, 1976), si avvicina alle tradizioni della meditazione
nel suo assunto che la regolazione del comportamento esterno con
il semplice lavoro può influenzare enormemente la vita
interiore. Anche certe terapie occidentali hanno apprezzato il
valore dell'"attività per lo sviluppo interiore (Erikson,
1976). Poiché la meditazione ha lo scopo di modificare il flusso
della coscienza, è necessario un controbilanciamento che dia
più ordine alla vita esterna. Se gli eventi del flusso diventano
più regolari, è più facile effettuare quell'addestramento alla
consapevolezza che è di vitale importanza per la meditazione
formale.
Alcuni ricercatori occidentali hanno cominciato a indagare i
processi interni dei meditanti alle prime armi. Per esempio, nei
principianti aumenta l'assorbimento (Davidson, Goleman e
Schwartz, 1976), e diminuisce la distrazione (Van Nuys, 1973).
Mentre queste ricerche riguardano la meditazione formale, il
concetto di "flusso" di Csckzentmihalyi riguarda la
consapevolezza durante l'attività quotidiana. Il flusso si
riferisce al fondersi di azione e consapevolezza senza distrarsi
dal compito che si sta svolgendo. In condizioni ottimali, il
contenuto del flusso è armonioso e cambia per le richieste della
realtà senza dar luogo a incongruenze. Raggiunta l'armonia fra
comportamento esterno e vita interiore, il novizio è più
preparato alla meditazione formale quando vi si aggiunga la
consapevolezza.
Stadio II. Addestramento preliminare del corpo e della mente
A. Addestramento alla consapevolezza corporea
Mentre i preliminari avanzati mirano a eliminare le
distrazioni nell'addestramento iniziale alla consapevolezza,
l'addestramento preliminare corporeo/mentale dirige il training
alla consapevolezza più estensivamente verso il foro interiore,
sul "flusso della coscienza". Il meditante deve
ora imparare a individuare con chiarezza nel flusso
l"attività che distrae" come pure a impedire
cadute di consapevolezza. Poiché questo compito comporta
l'attenta discriminazione dei vari tipi di distrazione,
l'esercizio è chiamato nella Mahamudra i "tre
isolamenti". Il meditante isola e specifica la natura
dell'"attività del flusso in modo da far ordine nel caos.
Comincia con l'addestramento alla consapevolezza dei processi
corporei. Si ritira in un luogo appartato, riduce al minimo i
movimenti fisici e adotta una postura stabile. Gli Yogasutra consigliano
più posture; la Mahamudra ne usa una sola, la posizione
del loto, ma suggerisce di tenere presenti i sette
"punti" (gambe, colonna vertebrale, petto, collo, mani,
lingua e occhi). Tanto gli Yogasutra quanto la Mahamudra
ne forniscono un modello ideale rispettivamente la divinità
Ishwara e il Buddha cosmico, Vairocana. Perfezionata la postura,
il meditante osserva attentamente lo stato del corpo per notarne
le eventuali imperfezioni della posizione e le attività
irrequiete. Scopre ben presto che il corpo emette una costante e
disordinata attività interna; essa viene neutralizzata con la
costante produzione di attività controllata, "mantenendo
fermamente" la postura perfetta con
"sforzo" Come risultato, la grossolana attività
del corpo subisce un cambiamento che la Mahamudra definisce
"acquietamento" (letteralmente "caduta in
se stesso") e gli Yogasutra chiamano
"stabilità", con cui diventa facile mantenere a lungo
e senza fatica una posizione stabile. L'acquietamento o la
stabilità non implicano una cessazione dell'"attività
corporea, ma, più esattamente, una ridistribuzione
dell'"attività muscolare in modo che il corpo sia
restituito alla sua "azione appropriata". Ampie
ricerche su queste posture (Ikegami, 1970) hanno convalidato
l'asserzione dei testi della meditazione: la postura per la
meditazione non è tecnicamente rilassante, nel senso di una
globale riduzione dell'"attività muscolare irregolare ma
stabilizzante, nel senso di un'accresciuta regolarità nella
distribuzione dell'"attività muscolare. Inoltre, la
consapevolezza si apre a livelli sottili di attività corporea,
avvertita come un fluire nel corpo di correnti di energia. Con la
maggiore esperienza, il meditante impara a isolare gli schemi
energetici discernibili, che subiscono col tempo un significativo
"riassetto" in direzione di una maggiore
regolarità. Poiché si afferma che queste correnti sono
correlate all'attività della mente, l'addestramento alla postura
contribuisce anche a creare uno stato mentale più equilibrato,
chiamato "fermezza" nella Mahamudra e
"equilibrio" negli Yogasutra.
B. Acquietamento della respirazione e del pensiero
Con l'acquietarsi del corpo, si acquista una maggiore
consapevolezza dell'"attività irregolare della respirazione
e degli eventi nel flusso della coscienza. Questo disordine nel
flusso assume la forma di "illusione" del
pensiero e dell'"attività incessante del dialogo interiore
e/o delle fantasticherie. Entrambe le irregolarità, della
respirazione e del dialogo interiore, sono comprese nel termine
tibetano "parola", quindi l'esercizio è
chiamato "isolamento della parola" nella Mahamudra
e "controllo del respiro" (YS, pranayama) negli
Yogasutra. Muovendo sia dalla respirazione sia dal dialogo
interiore, la meditazione ha lo scopo di isolare i diversi
aspetti del ciclo respiratorio e/o del dialogo interiore in modo
da diminuirne l'attività irregolare o, nell'espressione degli Yogasutra,
"interromperne il movimento". La Mahamudra
parte dal dialogo interiore, gli Yogasutra dalla
respirazione. La prima dà al meditante l'istruzione di
"lasciar andare" ogni sforzo dopo avere
avvertito l'acquietarsi del corpo e notare la risultante
attività del flusso fino a che non avvenga
l'"acquietamento" del dialogo interiore. Allora le
chiacchiere mentali e le fantasticherie recedono nello sfondo. I
secondi gli prescrivono di interferire attivamente nel ritmo
normale della respirazione modificandone la direzione, la durata
e la successione, cosa che produce un netto
"cambiamento" (YS, vrtti) del ciclo respiratorio
e del flusso.
Entrambi gli approcci risultano in un'accresciuta regolarità del
ciclo respiratorio, un esito convalidato anche da studi empirici
sui meditanti (Kasamutsu e Harai, 1966; Wallace, 1970). Altro
risultato comune ad entrambi è la riduzione del pensiero
ordinario, chiamato "non cognizione" nella Mahamudra
e "distruggere le cognizioni che creano la copertura
della luce [della consapevolezza]" negli Yogasutra. Quest'asserzione
circa la riduzione del pensiero ha avuto una certa convalida
empirica da uno studio con il Rorschach effettuato su individui
dediti a pratiche di meditazione intensiva, nei quali si è avuta
una significativa diminuzione della produttività e del pensiero
associativo. Il conseguente maggiore ordine del flusso è il
primo equivalente della "contemplazione", letteralmente
l'acquietarsi delle riflessioni.
C. Riassetto del flusso della coscienza
Pensiero decostruttivo
Ora il meditante ha creato un ambiente interiore favorevole
alla meditazione ed è in grado di portare la
"consapevolezza" allo"attento esame di
quest'ambiente. Tuttavia, l'ordinaria consapevolezza cosciente è
rivolta verso l'esterno, e il primo compito è lo sviluppo di uno
"stile" di consapevolezza detto
"introversione" nella Mahamudra e
"ritiro in se stessi" (YS, pratyahara, 2: 54)
negli Yogasutra. Il meditante impara a
"sganciarsi" dalla realtà esterna e dall'influenza
degli oggetti dei sensi in modo da portare la consapevolezza a
rivolgere ogni attenzione al flusso della coscienza.
Quest'esercizio è quindi chiamato negli Yogasutra "ritrazione
dei sensi" (YS, pratyahara). Il meditante impara
anche a "isolare" i vari aspetti del flusso e a vedere
in che modo si dispieghino gli eventi. Quest'esercizio è quindi
chiamato nella Mahamudra "isolamento della
mente".
Come risultato, il meditante diventa meno sensibile agli
eventi esterni e più sensibile agli eventi interiori. In uno
studio empirico effettuato partendo da quest'assunto, si è
rilevato un aumento dell'effetto autocinetico durante la
meditazione. Tale aumento è stato interpretato come
un"accresciuta distanza dalla realtà esterna. Un risultato
connesso è che il restante contenuto del flusso della coscienza
si fa percepibile: a questo punto, ricordi specifici,
anticipazione di eventi futuri e categorizzazione di eventi
percettivi in atto.
Ma il risultato più importante, ottenuto con la pratica
estensiva, è la dilatazione della coscienza al di là del
contenuto agli stessi processi con cui gli eventi compaiono nel
flusso. Il contenuto del pensiero viene a cadere. Questa
consapevolezza penetrante causa anche un "riassetto"
del flusso nel senso di un maggior ordine. Qui però le due
tradizioni divergono. Il meditante buddista impara a discernere
la discontinuità del flusso, lo yogi induista la continuità. Le
due tradizioni sono però d"accordo nel ritenere che
l'esercizio debba principalmente mirare a far discernere la
struttura del flusso della coscienza, non il suo contenuto. Il
termine tecnico con cui si designa l'esperienza discontinua del
meditante buddhista è "discontinuità", ossia
successione di eventi separati, uno dopo l'altro, con uno iato
fra il precedente e il seguente. L'esperienza continua
dell'induista è definita tecnicamente "cambiamento continuo
del materiale mentale" (YS, chittavrtti 1: 1).
L'ordinario contenuto della mente si modifica continuamente per
prendere la forma dei sempre mutevoli dati sensoriali. Con
quest'esercizio lo yogi impara a "individuare il contenuto
mentale nella forma che esso veramente ha [non in quella dei dati
dei sensi]".Ma in entrambe le tradizioni il meditante riesce
ad avvertire una sempre maggiore regolarità nell'ambiente
interiore, che non subisce più l'influenza immediata dei
mutevoli eventi esterni.
Stadio III. Concentrazione con supporto
A. 1. Concentrazione Frontale
Il meditante comincia la concentrazione "frontale"
scegliendo il posto, costruendosi un comodo sedile e
adottando una posizione stabile. Poiché la concentrazione ha lo
scopo di fissare l'attenzione su qualcosa per periodi di tempo
prolungati, si può usare qualsiasi "oggetto di
consapevolezza" che sia tangibile e abbia attributi
chiaramente definiti in modo da "far da supporto" (alla
concentrazione. La Mahamudra si serve principalmente di
oggetti visivi, per esempio pietre o pezzi di legno, gli Yogasutra
fanno ricorso ai mantra e il Visuddhimagga a vari
oggetti, scelti secondo l'indole personale. L'oggetto
viene poi posto "di fronte" a una distanza ottimale la
distanza di un giogo nella Mahamudra o di due braccia e
mezzo nel Visuddhimagga. Le tre tradizioni concordano su
più elementi fondamentali della pratica della concentrazione. Il
controllo dello sguardo, effettuato fissando dritto avanti a sé,
nella Mahamudra, o socchiudendo gli occhi, nel Visuddhimagga,
riduce l'input sensoriale e quindi anche le manifestazioni
del flusso della coscienza. Fissare lo sguardo sugli
"attributi" percettivi (M, mtsan ma), per
esempio colore e forma, è molto importante (M, sems gzung, letteralmente:
"attaccare la mente"; YS, dharani, "tenere
saldamente"). Altrettanto importante è sforzarsi di
mantenere [la concentrazione]"
Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione,
è la capacità di sostenere la consapevolezza sempre più a
lungo senza cadute di tensione. Dice la Mahamudra: "La
consapevolezza sta in parte [sul suo oggetto]" Altro
risultato, nella prospettiva degli eventi osservabili, è un
cambiamento dell'esperienza dell'oggetto di consapevolezza. Il
meditante ne percepisce soltanto i "puri e semplici
attributi" La categorizzazione e il "pensiero
discriminante"nei confronti dell'oggetto vengono a cessare.
Per esempio, se l'oggetto fosse un bastoncino, ne resterebbero
soltanto il colore e la forma, senza alcun significato
particolare come bastoncino. Nei termini della psicologia
cognitivistica occidentale, la concentrazione scardina la normale
elaborazione delle informazioni. La fissazione dello sguardo
sopprime i movimenti oculari microsaccadici che sono importanti
ai fini dell'esplorazione percettiva (Fischer, 1971).E" anche
interrotta la funzione categorizzante dell'elaborazione delle
informazioni. Secondo Bruner (1973), la percezione è un atto
costruttivo mediante il quale l'informazione percettiva viene
ripartita in varie categorie sulla base di tratti fisici definiti
particolareggiatamente. Con la categorizzazione si costruiscono
modelli del mondo più o meno veridici che "vanno al di là
delle informazioni date". Le categorie simboliche permettono
la rapida codificazione delle informazioni anche quando i
suggerimenti di stimolo sono minimi, ma la permettono a spese
della precisione. Di solito il mondo è "visto"
attraverso il filtro di un"ampia rete di categorie astratte.
Ma con la concentrazione prolungata il meditante le scardina e
ritorna agli effettivi tratti fisici degli oggetti di percezione
o, come dicono i testi, ai loro "puri e semplici
attributi".
A.2. Concentrazione "interiore"
La concentrazione "frontale" è un passo
preparatorio all'esercizio principale della concentrazione
"interiore".Esso ha lo scopo di addestrare la
consapevolezza a "restare ferma" di fronte alle
potenziali distrazioni del flusso di coscienza servendosi di un
oggetto di consapevolezza interno. Il meditante passa ora alla
rappresentazione interna dell'oggetto che prima era esterno. Le
tradizioni buddhiste ricorrono a rappresentazioni visive (M, gzugs
brnyan, "immagine riflessa"; "immagine
eidetica"); gli Yogasutra a una rappresentazione
delle correnti di energia sottile nel corpo. La concentrazione
"interiore" è praticata sino a quando "non ci sia
più alcuna differenza nella visione dell'oggetto di
consapevolezza ad occhi aperti e ad occhi chiusi".Poi,
quando riesce a protrarre la concentrazione su questi oggetti
interni, il meditante passa ad oggetti ancora più dettagliati:
l'immagine tipica del Corpo del Tathagata (Buddha) con i suoi
trentadue tratti percettivi maggiori e gli ottanta minori, nella Mahamudra,
e, analogamente, l'immagine della divinità Hari, negli Yogasutra
(3:1).
Un primo risultato, nella prospettiva del punto d'osservazione,
è il raggiungimento da parte del meditante di una condizione di
concentrazione ininterrotta che la Mahamudra chiama
"mente che sta ferma".Altro risultato, nella
prospettiva degli eventi osservabili, è la trasformazione che
avviene nel flusso di coscienza. Dapprima, l'oggetto interno
domina sempre più il flusso per cui, nelle buone sedute, può
essere l'unico evento che si manifesta istante per istante. Poi
l'oggetto "diventa sempre più instabile. Cambia dimensioni,
forma, posizione e luminosità: può diventare, per esempio,
grande come il mare o piccolo come un seme di senape. Quella che
prima sembrava una rappresentazione interiore fissa è ora
percepita come un'immagine in continuo cambiamento. Infine il
flusso si "riordina" in modo da accostarsi sempre più
all'oggetto di consapevolezza. Se l'immagine è quella del Buddha
o di Hari nei loro aspetti tipici, il flusso di coscienza
comincia ad accostarsi nel suo manifestarsi a tali aspetti e
qualità. Nei termini della psicologia cognitivistica, il
meditante destabilizza la costanza dell'oggetto. Anche se non vi
sono stati studi empirici sui cambiamenti che avvengono nella
costanza dell'"oggetto nel corso della meditazione intensiva
di concentrazione, la perdita di tale costanza è stata
constatata durante la deprivazione sensoriale (Zubek, 1969) e in
condizioni di concentrazione protratta (Hochberg, 1970).
B. Abilità nel riconoscere il seme: riconoscimento dello
schema
Con il progredire della concentrazione, si ha un profondo
mutamento dell'"oggetto di consapevolezza. Esso emerge in
una forma nuova, chiamata il "seme" Gli incontri
iniziali con il seme sono impressionanti. Il campo della
concentrazione si riduce ad un piccolo seme compatto che fluttua
nello spazio. Sembra anche che il seme emetta una luce propria.
Esso contiene informazioni combinate provenienti da ogni sistema
sensoriale tutte le forme, i suoni, i profumi, ecc. Mentre nelle
meditazioni precedenti le informazioni provenienti da ciascun
sistema sensoriale erano separate esse non lo sono più nella
meditazione sul seme, nella quale si sommano. Il seme contiene le
stesse informazioni che provengono dalle molteplici modalità
sensoriali indipendentemente dalla natura dell'"oggetto che
le origina (oggetto visivo o mantra). Contiene anche informazioni
su una miriade di sottili attributi percettivi, non
discernibili nella percezione ordinaria, nonché su una grande
quantità d'attributi "particolari" e
"vari".E soggetto a continua trasformazione. La
natura esatta della trasformazione differisce nei sistemi
buddhista e induista. Benché entrambi concordino sul fatto che
nella consapevolezza il seme va continuamente cambiando, il
cambiamento è percepito come discontinuo nel Buddhismo e come
continuo nell'Induismo. La Mahamudra descrive il seme come
"emanante" vari eventi percettivi separati. Da
esso pulsano in successione specifiche immagini, luci colorate,
vibrazioni, fragranze, sensazioni, ecc. con discontinuità
nell'emanazione dei vari eventi. Per gli Yogasutra, il seme
(YS, bindu) è un"incessante trasformazione"
(YS, vrtti) di "uno stesso continuum" (YS, ekatanata,
3:2). Immagini, luci, vibrazioni, ecc. continuano ad
intrecciarsi, come nei disegni di Escher, senza confini
discernibili fra gli eventi che si succedono.
La meditazione sul seme richiede una modifica della natura della
concentrazione. Poiché lo sforzo interferisce con gli eventi che
si dispiegano dal seme, il meditante riceve l'istruzione di
passare a uno stile di concentrazione "rilassato". Questo
richiede "abilità" come è chiamato l'esercizio
nella Mahamudra. Il passaggio al rilassamento comporta un più
chiaro manifestarsi degli eventi, i quali si susseguono in una
"non-cessazione". Il meditante impara a
focalizzare l'attenzione sugli eventi che si dispiegano nel
flusso allorché emerge il seme. Quindi l'esercizio è chiamato
"contemplazione" (YS, dhyana) negli Yogasutra.
Il termine tecnico per questo particolare aspetto della
consapevolezza è "riconoscimento"letteralmente
"conoscere il materiale". Il meditante non fa altro che
agevolare la concentrazione e notare quella che la Mahamudra ha
chiamato la "forza delle emanazioni danzanti".
In seguito a questo riconoscimento si stabilisce una nuova
condizione del seme detta nella Mahamudra "seme
condensato". Al meditante riesce sempre più
difficile riconoscere gli schemi percettivi. Con il crescere
dell'"abilità questi diventano una "massa di
luce". Analogamente, nel Visuddhimagga il
patibhaga (letteralmente, "segno di somiglianza")
è descritto come un disco luminoso simile alla luna o a una
stella, migliaia di volte più puro del "segno eidetico".
Il "seme sviluppato" non ha né colori né
forme particolari. Così pure, negli Yogasutra l'emissione
di luce con la scomparsa degli schemi specifici contraddistingue
l'inizio del successivo gradino della pratica, il samadhi del
principiante in cui il seme appare come una gemma preziosa. Sulla
scomparsa degli specifici schemi tutte le tradizioni concordano.
Scompaiono anche gli "stati emotivi dolorosi". Il
meditante non "particolarizza" più tali schemi;
nella consapevolezza non resta che una mutevole massa di luce.
Questo riconoscimento è chiamato "grande chiarezza".
Poiché l'oggetto non assomiglia più a quello che era in
origine, il Visuddhimagga lo chiama "semplice modo di
apparenza" o "somiglianza"
L'esercizio di abilità descrive quello che gli psicologi
cognitivisti hanno chiamato il "riconoscimento dello
schema", un processo mediante il quale si costruisce uno
schema ben definito a partire da informazioni limitate. Secondo
le teorie costruttivistiche della percezione, la formazione dello
schema è un processo a due stadi. Alla prima sintesi percettiva
globale fa seguito la specificazione degli schemi riconoscibili.
Il meditante osserva questi stadi alla rovescia: nel seme
emanante diventa consapevole di una miriade di schemi specifici.
C. Fermare la mente: sintesi percettiva
E" assai difficile mantenere la consapevolezza
del seme condensato. Certi particolari schemi possono facilmente
ripresentarsi o si può perdere la consapevolezza del seme. Per
approfondire la concentrazione il seme va "protetto"
come è chiamato l'esercizio nel Visuddhimagga .Il
meditante deve "eliminare" ogni residuo contenuto
cognitivo e percettivo che possa provocare la perdita della
consapevolezza del seme. Deve "fermare la mente", com'è
chiamato l'esercizio nella Mahamudra. Gli Yogasutra lo
chiamano invece il "samadhi [del principiante]" durante
il quale "decrescono le grossolane fluttuazioni del
materiale mentale". Uno dei problemi è che l'oggetto di
consapevolezza si fa sempre più sottile. La difficoltà di
mantenere la concentrazione ha a che fare con
l'"attività" dei sistemi sensoriali. La mente è
continuamente attiva nel registrare l'input sensoriale in
atto."La mente vaga fra gli oggetti dei sensi"."Si
sposta continuamente da un istante dell'input
sensoriale all'altro, e quest'attività dà inizio
all'"intera sequenza dei processi con i quali viene
"costruito" il mondo della percezione. Il
meditante deve imparare a fermare questa sottile ma costante
attività, con la quale sono registrate ed elaborate le
impressioni dei sensi, e decostruire l'ordinaria percezione degli
schemi. L'esercizio è perciò chiamato "arresto della
mente".
Per fermare la mente occorre sviluppare una semplice
consapevolezza vuota di ogni attività. Nella Mahamudra il
meditante pone la propria consapevolezza sullo spazio vuoto,
reprimendo l'attività con la quale vengono riconosciuti i
particolari schemi. Negli Yogasutra sviluppa la
consapevolezza in modo che essa "rimanga su quello" "penetri
in quello" e "assuma l'identità
dell'"oggetto" mentre "si fanno cessare le
fluttuazioni". Se non riesce a sviluppare una consapevolezza
libera da attività, può praticare l'esercizio del trattenere il
respiro. Quando il respiro è trattenuto per intervalli
sempre più lunghi, l'attività mentale cessa momentaneamente.
Acquisita una certa sensazione di come sia l'arresto della mente,
il meditante prosegue nello svolgimento dell'"esercizio
senza l'aiuto della manipolazione fisiologica.
Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione,
è che la consapevolezza diventa ininterrotta, senza più cadute
di tensione. La consapevolezza "sta continuamente" o
"sta su quello e penetra in quello". Cessato il
contenuto mentale grossolano, nulla più la intralcia. L'altro
risultato, dal punto di vista degli eventi osservabili, è che il
meditante "ha arrestato la mente". E" entrato
in uno stato di concentrazione profonda chiamato samadhi. Riesce
a mantenere la consapevolezza sulle soglie dei diversi sensi e ad
arrestare l'attività di costruzione del contenuto mentale
grossolano appena si presenta alla coscienza. Benché possa
continuare ad avvertirvi alcuni movimenti alla soglia dei sensi,
questi non vengono "costruiti" in schemi
percettivi e cognitivi grossolani. Il meditante reprime
l'attività alle "soglie [sensoriali] che emanano".Secondo
la Mahamudra, le "cognizioni grossolane" - pensiero,
percezioni, emozioni - cessano, mentre resta l'attività più
"sottile". Per gli Yogasutra, l'oggetto
di consapevolezza perde la sua forma specifica: è "vuoto di
forma propria" (YS, svarupashunyam, 3:3). La
consapevolezza si apre al sostrato della percezione ordinaria,
ossia a un incessante flusso di luce nel fluire della
consapevolezza. Quest'esercizio serve a decostruire quella che
gli psicologi della percezione hanno chiamato la "sintesi
percettiva" (Hebb, 1949; Neisser, 1967) il più rudimentale
stadio della costruzione percettiva prima del riconoscimento
dello schema. Così facendo, il meditante impara a smantellare il
mondo grossolano della percezione e ad arrestare la mente.
Stadio IV. Concentrazione senza supporto
A. Tenersi saldi al flusso di luce
L'esercizio successivo riguarda il modo in cui lo yogi
potrebbe sviluppare e rendere stabile un nuovo punto di
osservazione su una nuova dimensione degli eventi osservabili,
ossia il sostrato della percezione ordinaria sperimentato come
flusso di luce. Il meditante non può più prendere come oggetto
di consapevolezza le cognizioni o le percezioni grossolane.
L'oggetto è diventato sempre più "sottile" e non può
fare da supporto alla concentrazione come fa un oggetto
grossolano, quale un pensiero o un precetto. Ne derivano gli
esercizi che la Mahamudra chiama di "concentrazione
senza supporto". Mantenere la consapevolezza su questo
sottile flusso di luce richiede una considerevole abilità,
quindi il Visuddhimagga parla delle "dieci abilità
di accesso". Gli Yogasutra considerano tuttavia il flusso di
luce un sottile ma tangibile "supporto" alla
concentrazione e chiamano gli esercizi "samadhi del
seme".
L'arresto della mente per la durata della meditazione non è
compito facile a causa della tendenza abituale dei processi
cognitivi e percettivi normali, grossolani, a ristabilire le loro
operazioni. Il samadhi va depurato dal contenuto
grossolano. Secondo la Mahamudra, la mente ha una grande
"forza" per "costruire" eventi
grossolani. Un'abitudine del genere può essere persa solo con
una meditazione più intensiva, sforzandosi di "tenersi
saldamente" in modo che il flusso di luce sia "non
interrotto" dal contenuto grossolano. Negli Yogasutra, il
vitarkasamadhi è costantemente ostacolato dal
"grossolano" contenuto della "memoria"
che può essere "riconosciuto" di fronte al
"flusso di luce" "vuoto di forma
propria". Questo livello di samadhi è detto nirvikarkasamadhi.
Secondo la Mahamudra, il meditante è
"sottilmente addormentato" in questo sostrato
della percezione. La consapevolezza del sottile flusso di luce
semplicemente non rientra nella coscienza quotidiana normalmente
l'individuo comune non vede il mondo esterno e gli eventi interni
nel fluire della coscienza come manifestazioni mutevoli di
energia luminosa. Anche la prima volta in cui ne diventa
consapevole, questo flusso luminoso continua ad apparirgli
indistinto. La chiave per mettersi in sintonia con esso è il
livello del risveglio. Poiché tale livello è connesso a una
produzione di sforzo, l'iniziale acquisto di padronanza esige
un'immensa produzione di sforzo perché lo yogi sia risvegliato
alla luce. Il modo di praticare è "tenersi saldamente"
o "esercitarsi" a mantenere la consapevolezza
sul flusso di luce. Ogni volta che sopravvengono pensieri o
percetti occorre intensificare lo sforzo.
Nella Mahamudra il risultato, in termini di eventi
osservabili, è la maggiore chiarezza del flusso di luce. La
frequenza delle mutevoli manifestazioni luminose aumenta
enormemente, divenendo "sempre più veloce". Anche
l'intensità diventa "più splendente". Quando il
flusso di luce è completamente chiaro si ha lo stato detto di
"prechiarezza" perché la consapevolezza è
tenuta al livello sottile della luce che precede la costruzione
del contenuto mentale grossolano. Gli Yogasutra, analogamente,
parlano del "risplendere di pura luce vuota di forma
propria". Visto dal punto di osservazione il risultato è il
crollo dell'"ordinaria rappresentazione di sé. La
consapevolezza comune opera mediante un quadro di riferimento
stabile, o rappresentazione di sé, che funge da principio
organizzatore centrale per l'interpretazione dei dati sensoriali.
Questa costruzione si chiama "Io" nella Mahamudra,
"senso mentale" (YS, manas) negli Yogasutra.
Con l'arresto del contenuto mentale grossolano e il tenersi
saldi al sottile flusso di luce, anche la rappresentazione
grossolana di sé viene a cadere. La consapevolezza s'identifica
sempre meno con il contenuto dell'"esperienza, grossolano o
sottile che sia, e sempre più con l'attività
dell'"esperienza. Ciò che resta è la consapevolezza del
Sé-come-agente.
B. Lasciar andare per osservare il flusso di luce
Successivamente il meditante impara a
"riconoscere" il flusso di luce in maniera
stabile e chiara. La stabilità comporta la cessazione delle
costruzioni cognitive e percettive grossolane che distraggono
dalla concentrazione. La chiarezza comporta un più attento
discernimento del modo in cui si manifesta il flusso di luce.
All'inizio è difficile riconoscere con un minimo di chiarezza il
flusso di luce a causa dell'"attività, o meglio della
reattività, associata alla consapevolezza ordinaria. Pur avendo
già estirpato dalla meditazione l'ordinaria rappresentazione di
sé, il meditante non ha ancora estirpato il senso ordinario
dell'"attività del Sé, chiamato "agire" nella
Mahamudra e "Io-agente" (ahamkara) negli Yogasutra.
Questi termini si riferiscono alla consapevolezza di vari
tipi d'attività durante il samadhi, per esempio
"dirigere l'attenzione" (M, sems gtan), "rifiutare
o sviluppare" il flusso sottile nella cognizione grossolana
e "esercitarsi".Sono proprio queste le attività
che interferiscono nel riconoscimento e nell'attenta
discriminazione del flusso di luce e che ne scompigliano il modo
di manifestarsi.
Il provetto yogi impara a praticare diminuendo la quantità dello
sforzo esattamente nei punti giusti del samadhi. Nei
sistemi buddhisti l'esercizio viene quindi chiamato "lasciar
andare". Lo yogi lascia andare tutte le attività che
potrebbero interferire con l'accurata osservazione del flusso di
luce.
Considerando il punto d'osservazione, il risultato è la
diminuzione del senso dell'"agire del Sé. Gli eventi
semplicemente "accadono da soli" (M, rang byung) indipendenti
da ogni attività da parte del meditante. Considerando gli eventi
osservabili, il risultato è che il flusso di luce diventa ancora
più chiaro e si manifesta in un modo nuovo; come una
"successione" di manifestazioni luminose che
cambiano continuamente. Questi mutevoli punti luminosi si
presentano "adagio" e "strettamente
vicini". Qualsiasi potenziale interruzione si possa
manifestare come contenuto grossolano diventa "calma del
Sé".Lo yogi impara a mettere continuamente a fuoco e
a riconoscere il sottile flusso di luce e le sue vicissitudini. A
causa di quest'analisi più focalizzata" l'esercizio è
chiamato vicarasamadhi negli Yogasutra.
C. Equilibrare il flusso di luce
La chiave per l'apprensione diretta della verità riposa
sull'affinamento della consapevolezza di questo flusso di luce e
sull'attento sviluppo di una fra le varie prospettive in cui lo
si coglie. Pertanto il Visuddhimagga chiama
"accesso". Quest'esercizio. Con lo svanire degli
ordinari punti di osservazione - rappresentazione di Sé e agire
del Sé - diventano possibili numerosi punti di osservazione
alternativi. Il Buddhismo e lo Yoga induista rappresentano due
prospettive molto diverse.
Ogni tradizione affina la propria particolare prospettiva in modo
che certe verità divengano direttamente accessibili al
meditante. Anche il flusso di luce apparirà in maniera diversa
visto nelle varie prospettive possibili.
Lo "sviluppo abile" del flusso di luce, com'è chiamato
l'esercizio nel Visuddhimagga, richiede che il meditante
compia soltanto la giusta quantità di sforzo nel predisporre il
flusso stesso. Questo sforzo è chiamato "equilibrato"
dal nome dato all'esercizio nella Mahamudra. Il meditante
deve anche imparare a dar "peso", durante il samadhi,
a un particolare punto di osservazione o evento osservabile.
Mentre può essere "generalmente consapevole" del punto
di osservazione e contemporaneamente dell'"evento
osservabile il meditante impara la "specifica messa a
fuoco" di entrambi durante il samadhi e anche
a spostarne il peso dall'uno all'altro. Questi spostamenti
avvengono con grande rapidità, più veloci del tempo
ordinariamente occorrente per prestarvi attenzione.
Il buddhista impara ad acquisire un punto di osservazione
chiamato "consapevolezza concomitante" dal quale il
flusso di luce appare discontinuo. Il meditante sviluppa
abilmente l'evento osservabile, il flusso luminoso, esaminando
accuratamente la luce fino a renderne "discontinue" le
vicissitudini, come pulsazioni o "movimenti"
inframmezzati da cesure. I lampi compaiono "vicinissimi
l'uno all'altro" sono cioè emessi in rapida
successione. L'abilità di acquisire il giusto punto di
osservazione viene dallo spostamento della specifica messa a
fuoco sulla consapevolezza che "sta" su ciascun evento
distinto. Ripiegandosi su se stessa, anche la consapevolezza
diventa sempre più discontinua. L'esperienza discontinua sia del
flusso di luce sia della consapevolezza che se ne ha è chiamata
"concomitanza" nella Mahamudra e
"mente/materia" (namarupa) nel Visuddhimagga.
Lo yogi induista impara a sviluppare un punto di osservazione
chiamato "consapevolezza riflessiva" dal quale il
flusso di luce appare continuo. Affinato dallo yogi, l'evento
osservabile, il flusso di luce, comincia a manifestarsi sempre
più come un campo di energia in incessante vibrazione chiamato tanmatra
(letteralmente "le coordinate del precedente contenuto
grossolano"), che si trova in stato di propagazione
continua. La consapevolezza è in grado di distinguere i punti
percepibili che appaiono in questo campo in costante
trasformazione. L'abile sviluppo del punto di osservazione deriva
dal distogliere la consapevolezza dai punti percepibili che
appaiono nel campo di energia in vibrazione, indirizzandola verso
la "consapevolezza eterna" (YS, purusa) che
trascende tutti gli stati della materia. L'esercizio prende
quindi il nome di nirvikalpasamadhi, in quanto si
abbandona completamente una specifica messa a fuoco degli eventi
in favore della consapevolezza che pervade l'universo intero.
Questa nuova prospettiva di osservazione è chiamata
"consapevolezza riflessiva" (YS, buddhi) poiché
è in grado di unire i più sottili eventi della mente alla
consapevolezza eterna che pervade l'universo. Dicono gli Yogasutra:
"Quando si fa esperienza del ninvicarasamadhi, si trascende
il punto di osservazione e si acquietano gli eventi
osservabili".
I testi di meditazione suggeriscono una fenomenologia per gli
stadi iniziali di elaborazione delle informazioni. Secondo le
teorie costruttivistiche della percezione occidentali, il
riconoscimento dello schema avviene per discriminazione delle
fluttuazioni temporali entro gli stimoli in arrivo (Neisser,
1967). Un esempio di questa concezione, in particolare la
"teoria olonoma della percezione" di Pribram, avanza
l'ipotesi che la percezione sia costruita non già nei termini
degli aspetti assunti dall'oggetto nel mondo fisico, bensì con
il trasferimento di questi aspetti in schemi temporali (luce e
suono). Le informazioni vengono elaborate discriminando le
differenze degli schemi d'interferenza causate dalle fluttuazioni
delle frequenze nel corso del tempo, e gli effetti si manifestano
come immagini del mondo: un po' come avviene nell'olografia
(Pribram, 1974). Pribram fa anche notare che nella percezione
olonoma la questione del punto d'osservazione diventa
problematica, come avviene per i testi di meditazione.
Sentieri ramificati: gli assorbimenti e i poteri psichici
iniziali
In questo stadio diventano disponibili certi sentieri
ramificati, in larga misura a causa della decostruzione del punto
d'osservazione ordinario e della riduzione degli eventi
osservabili al sostrato stesso della percezione. E' possibile,
anzitutto, continuare la concentrazione in modo che perfino la
consapevolezza generale e la specifica messa a fuoco vengano
meno; il meditante imbocca un altro sentiero, chiamato
rispettivamente: la "grande meditazione sul seme" gli
"assorbimenti" e il "riconoscimento degli
stati dell'"essere". Secondo il Visuddhimagga, ci
sono otto assorbimenti: i primi quattro sono "samadhi con
forma" (rupa), i secondi quattro "samadhi senza
forma" (arupa). In secondo luogo, in tutte le
tradizioni si riconoscono esperienze spontanee di "poteri
psichici", per esempio, rispettivamente: i Dieci
Segni dell'"Abilità, i due capitoli sui poteri psichici e
la padronanza della realtà fisica (YS, 1:40). Queste esperienze
iniziali sono instabili perché lo yogi non ha ancora estirpato
gli ostacoli. L'esperienza stabile dei poteri psichici ricompare
alla conclusione del V stadio, lo stadio che si occupa
dell'"abolizione degli ostacoli.
Stadio V. Meditazione di visione profonda
A. Conseguire la visione
Con la percezione del modo in cui gli eventi si manifestano
nel flusso e con il nuovo punto di osservazione, il meditante è
ora giunto a uno stadio che gli consente di intuire come sono
costruiti il mondo dell'"esperienza ordinaria e il Sé
attraverso una nuova serie di meditazioni dette Meditazioni di
Visione Profonda. Pur nella significativa differenza della
visione nelle varie tradizioni, tutte e tre partono dall'analisi
dettagliata del flusso di luce e sono concordi nel ritenere
sbagliata la percezione iniziale che il meditante ha del modo in
cui esso si presenta. L'abituale non veridicità della percezione
ordinaria è basata su sottili fattori condizionanti, detti
"inclinazioni" o "impressioni" (YS, samskara),
insiti nella struttura stessa della percezione al suo livello
fondamentale. La meditazione di visione profonda ha lo scopo di
eliminarli e di correggere il modo in cui il meditante vede il
fluire degli eventi, affinché la loro successione subisca una
significativa trasformazione senza più influenze. Ecco perché
l'esercizio iniziale è chiamato "conseguire la
visione" nelle tradizioni buddhiste. Poiché la
visione profonda porta al samadhi "senza i sottili
semi del condizionamento" gli Yogasutra lo chiamano "samadhi
senza seme".
La meditazione di visione profonda è un'analisi ad alta
velocità del flusso che si manifesta nel tempo come una
"successione" di movimenti discontinui o continui. Perfino
in un breve intervallo di meditazione possono aver luogo migliaia
di movimenti di questo tipo. Il meditante effettua l'analisi di
ciascun movimento" che avviene così rapidamente da passare
inosservato nella percezione ordinaria. Il flusso muta
continuamente. Per spiegare questi sottili cambiamenti si
introducono nuovi termini: i buddhisti considerano la
discontinuità del cambiamento, "qualsiasi cosa insorga
[separatamente]" gli yogi induisti la continuità
nella "trasformazione" del campo di energia.
Ciascuna tradizione rende espliciti i propri condizionamenti
circa il modo in cui si può osservare il flusso mediante
l'addestramento filosofico preparatorio seguito dalla pratica del
samadhi. Queste due fasi della pratica si chiamano nella Mahamudra
"meditazione investigativa" e
"meditazione del samadhi". La prima è un
riesame dei principi basilari del Buddhismo Mahayana. I capitoli
dal 14° al 17° del Visuddhimagga e 1° degli Yogasutra
presentano le loro rispettive posizioni filosofiche. Benché
diversa nelle varie tradizioni questa "comprensione
intellettuale" preparatoria serve di guida alla successiva
pratica del samadhi. Iniziando il samadhi viene
meno la comprensione cognitiva grossolana, ma la sua impressione
persiste sotto forma di "categoria singola" e ha
"influenza" sul samadhi stesso. Con questa
categoria può essere posto a raffronto qualsiasi cambiamento del
flusso di luce. Nella Mahamudra questo tipo di approccio
è chiamato "compito di ricerca". A meno
che il samadhi non sia orientato con questa categoria, non
può esserci visione profonda. La categoria di visione profonda
usata inizialmente nel compito di ricerca è diversa in ciascuna
tradizione, rispettivamente: "non entità" "produzione
condizionata" e "identità" o "modificazione".
Se ogni tradizione ha un diverso modo di vedere, ciascuna
però corregge le inclinazioni percettive con una progressione
della visione profonda che presenta stadi identici per tutte.
C'è dapprima una fase preliminare per stabilire il livello
ottimale di samadhi e la visione giusta secondo la
categoria. Segue un'esaustiva ricerca seriale di ogni istante per
constatarne l'adeguamento alla visione profonda della categoria.
Infine il meditante è in grado di riconoscere una profonda
trasformazione nel modo in cui gli eventi si manifestano nel
flusso. Si hanno questi stessi tre stadi per la "specifica
messa a fuoco" dell'"evento osservabile e del punto di
osservazione. Le due prospettive sono chiamate, nelle rispettive
tre tradizioni, "Vacuità della Persona e dei Fenomeni"
e "conoscenza del corpo e della mente" e
"riconoscimento dei mezzi [per la consapevolezza
riflessiva]" e "degli stati della materia". Le
fasi di ciascuna delle due prospettive nelle tre tradizioni sono
riassunte nella Tavola 4, V Stadio.
Nella Mahamudra il meditante comincia con una meditazione
investigativa della Vacuità della Persona. Studia le scritture
autorevoli sulla vacuità e ne applica quindi le nozioni
all'esperienza del proprio Sé sino a giungere alla conclusione
che il Sé è una "non-entità" in quanto non lo si
può identificare nell'esperienza immediata. Torna allora a un
livello di samadhi in cui avvengono pulsazioni luminose
distinte con i concomitanti, distinti momenti di consapevolezza.
Il primo passo è "mettere in ordine la [visione della]
mente" inserendo nel samadhi la non-entità come una
categoria della visione profonda. Il secondo passo consiste nel
raffronto ripetuto di ogni momento di consapevolezza con tale
categoria per "indurre la visione profonda". Il
passo finale è quello in cui il meditante "giunge al limite
dell'"analisi" e il flusso di luce subisce un
profondo riassetto. La radice dell'"inclinazione
percettiva "è recisa". Questo punto di
osservazione non sostanziale e momentaneo, chiamato la
"consapevolezza stessa" (M, rang rig), sostituisce
ogni "[condizionata] rappresentazione mentale" come
punto di osservazione. Il meditante ripete poi gli stessi passi
nella prospettiva degli eventi osservabili per ottenere la
Vacuità dei Fenomeni.
Anche il Visuddhimagga comincia con una serie di
riflessioni filosofiche (dal 14° al 17° capitolo) che
descrivono gli aggregati, i sistemi sensoriali, ecc., secondo la
psicologia buddhista. La descrizione più importante riguarda la
produzione condizionata. Comprese queste riflessioni, il
meditante torna al samadhi e osserva gli eventi distinti
da ciascuna delle due prospettive concomitanti: l'evento
osservato (VM, rupa) e il punto di osservazione (VM,
nama), "mente e materia". Prendendo come
prospettiva il punto di osservazione, effettua un"accurata
ricerca del "supporto" per la consapevolezza momentanea
della mente, come "seguendo un serpente verso la sua casa
[del serpente]" . Non trova altro supporto che l'evento
distinto. Ogni distinto istante di consapevolezza (nama) ha
solo il supporto dell'"evento distinto (rupa) concomitante.
Prendendo come prospettiva l'evento osservabile, si arriva a una
conclusione simile: il livello mentale e il livello materiale
sono interdipendenti.
Anche gli Yogasutra cominciano con una particolareggiata
interpretazione della filosofia Samkhya dualista (capitolo
1°). Osservati nell'attività del materiale mentale in
meditazione, i fenomeni del mondo fisico (YS, prakrti) appaiono
in continuo cambiamento, mentre il "Sé trascendente" (YS,
purusa) è immutabile. Lo yogi giunge alla comprensione
intellettuale del dualismo fra prakrti e purusa e
l'applica all'esperienza del samadhi. Entra in un samadhi
senza seme in cui restano le sole impressioni, non il
contenuto grossolano. Usa la categoria dell'"identità"
con la quale raffrontare i continui mutamenti del campo di
energia. All'"insorgere del samadhi osserverà
probabilmente le "manifestazioni apparenti" e le
"non-manifestazioni" (YS, abhibhava), cioè
schemi percettivi in un campo di incessante mutamento. L'uso
della categoria dell'"identità durante la "pratica
costante" (YS, abhyaspurva, 1:18) dà luogo a una
modificazione del campo di energia chiamata "trasformazione
nella cessazione" (YS, nirodhaparinama, 3:9). Per
qualche momento cessa la trasformazione degli specifici schemi
ondulatori e il materiale mentale giunge a una condizione ancor
più affinata. Sono estirpate le impressioni condizionanti.
Questi momenti di cessazione lasciano le loro proprie
impressioni, le quali influiscono poi sull'esperienza del campo
di energia in continuo mutamento. Esso è ora un "quieto
flusso" in cui gli schemi ondulatori diventano meno
appariscenti. Questo quieto flusso è il "mezzo per la
comprensione". C'è stato un importante spostamento di
accento: la consapevolezza si allontana` dagli eventi osservabili
per rivolgersi verso il trascendente, perciò viene chiamata
"consapevolezza riflessiva" (YS, buddhi).
La ricerca su ogni singolo istante durante la meditazione è
analoga agli studi sperimentali compiuti in Occidente
sull'elaborazione ultrarapida delle informazioni, effettuati su
ampia scala con l'uso del tachistoscopio. Il
Tachistoscopio è uno strumento con cui si possono presentare ai
soggetti, in laboratorio, singole figure visive in successione
rapidissima, dell'"ordine di millesimi di secondo, assai
più velocemente, quindi, di quanto non riesca a seguirle
l'attenzione (Neisser, 1967). Lo si è usato per studiare di che
cosa riescano ad avere consapevolezza gli esseri umani al livello
che precede l'attenzione cosciente. C'è un"impressionante
convergenza di scoperte sulle operazioni principali della
percezione ottenute con approcci così diversi quali le
osservazioni oggettive con il tachistoscopio e l'introspezione
yogica. Per lo più, i ricercatori al tachistoscopio concordano
sul carattere temporale della struttura che sta alla base della
percezione visiva. La mente umana risolve gli stimoli in quanti
di energia che riordina in una successione temporale. Gli schemi
percettivi complessi, le immagini del mondo, sono costruite
dall'interazione dell'"energia dei quanti (Eriksen, 1967) e
delle diverse frequenze in successione (Pribram, 1974). Forse non
è un caso che gli esperti del tachistoscopio avanzino concetti
quali la "natura temporale della percezione visiva" e
il "momento psicologico" (Eriksen, 1967), paragonabili
ai termini yogici che designano la "successione" (YS,
krama) e il "momento". I testi di
meditazione forniscono una fenomenologia per una simile
percezione.
Il tachistoscopio è stato impiegato in compiti di ricerca
ultrarapida (Sternberg, 1966), in cui si presenta al soggetto uno
stimolo molto al di sopra della soglia. Questo stimolo entra
"in memoria" perché il soggetto lo codifica nella
memoria a breve termine e se ne serve come orientamento per
l'imminente compito di ricerca. Si proietta poi a grandissima
velocità una serie di singoli stimoli e il soggetto tenta di
"indovinare" se in essa sia contenuto lo stimolo
originario codificato nella memoria. Così, se la lettera
"X" è "in memoria", la serie degli stimoli
che seguono può contenere lettere diverse, "A, C, Y,
T", ecc. Alcune serie possono contenere la lettera-bersaglio
"X", altre no. Questi esperimenti di laboratorio hanno
mostrato che i soggetti hanno percezioni esatte ed elaborano le
informazioni a velocità elevatissima, prima ancora di
dedicarvisi consciamente. Anche l'esercizio migliora
l'elaborazione delle informazioni. Lo yogi che effettua
meditazioni di visione profonda fa ciò che i ricercatori al
tachistoscopio hanno chiamato un compito di ricerca ultrarapida.
Le categorie della visione profonda la non-entità, la produzione
condizionata, l'identità-nel-cambiamento - sono una specie di
"dotazione" della memoria. Lo yogi effettua la ricerca
di ogni istante del flusso di luce per vedere se collimi con la
categoria originaria. Esamina in piena consapevolezza gli eventi
che passano con estrema rapidità, e che l'attenzione ordinaria
non riesce a cogliere, e continua questa ricerca ultrarapida per
conoscere la struttura e le operazioni della percezione, e
rimuoverne le influenze sulla percezione ordinaria.
B. Abilità: Samadhi inverso
A causa del riassetto del sostrato stesso della percezione
temporale, non è più necessario mantenere il samadhi a
un livello così affinato in cui sia osservabile solo il sottile
flusso di luce. Nella Mahamudra l'esercizio è chiamato
"abilità" o "samadhi inverso" perché
il meditante cerca di mantenere le visioni profonde di nuova
acquisizione, non più influenzabili, nel mezzo del contenuto
mentale grossolano-pensieri, sentimenti, sensazioni e percetti.
Il samadhi inverso è caratterizzato dal ritorno di questi
grossolani eventi mentali. Il meditante, che ha ormai
familiarità con la vacuità, può "lasciar andare" lo
sforzo e rivolgere la consapevolezza a "tutto ciò che si
presenta", ossia ai "vari" eventi in rapida
successione. Anche il Visuddhimagga menziona gli eventi
mentali grossolani, specie le varie e dolorose sensazioni e
immagini visive comuni a questo samadhi. Per gli Yogasutra
occorre che lo yogi mantenga una "consapevolezza
riflessiva" (YS, buddhi) durante la
"molteplicità delle cose" ossia i vari eventi
del mondo fenomenico.
Si tratta ancora di un compito di ricerca ultrarapida, reso più
difficile dal nuovo tipo di eventi complessi. Un problema che si
incontra tipicamente è il venir meno della visione profonda
quando il meditante è distratto dall'improvviso aumento del
contenuto mentale grossolano. Egli deve imparare a mantenerla
stabile nonostante i radicali cambiamenti degli eventi
osservabili durante il samadhi. Quale che sia la
prospettiva-non-entità, produzione condizionata, identità-deve
imparare a mettere a confronto i vari eventi grossolani, che
compaiono in rapida successione, con la rispettiva categoria.
E" prevedibile che compaiano anche le stesse
rispettive visioni profonde. Poiché esse si rivelano in un nuovo
contesto, i buddhisti chiamano questo samadhi "superamento
del dubbio" o "abilità". Gli Yogasutra lo
chiamano "la trasformazione del samadhi" per la
grande stabilità del samadhi che si ottiene. Mentre
ricorrono gli ordinari eventi mentali, la visione profonda resta
la stessa: rispettivamente la vacuità, l'assenza del Sé e
l'identità-nel-cambiamento. Queste visioni diventano esperienze
dirette incorporate nella struttura stessa della percezione sia a
livello grossolano sia a livello sottile.
Il protrarsi dell'"esperienza del samadhi inverso
produce ulteriori abilità, come la continuazione automatica
della consapevolezza e la capacità di ripartirla
contemporaneamente fra più tipi di eventi. Oltre a concentrarsi
sul contenuto, il meditante si rende anche conto del processo con
il quale gli eventi compaiono e scompaiono nell'esperienza
immediata. Secondo la Mahamudra ci sono più stadi di
sviluppo. Dapprima il meditante è consapevole soltanto
dell'"istante esatto in cui avviene l'impatto di ciascun
evento prima di elaborarlo come contenuto grossolano: pensieri,
percetti, ecc. L'ulteriore esperienza porta a discernere l'intera
durata di ciascun evento, ossia a rendersi conto
dell'"istante in cui esso si presenta, della sua breve
durata e dell'"istante in cui scompare dalla consapevolezza.
Questa conoscenza di ogni evento che si succede, di cui parla
anche il Visuddhimagga, si chiama "chiara
comprensione". Infine diventa chiarissimo l'istante esatto
in cui l'evento ha origine e quello in cui scompare, mentre si
perde la consapevolezza del passo intermedio, cioè della sua
durata. E quindi difficile discernere la natura del
contenuto. Ogni istante sfreccia con estrema rapidità, immerso
in un"intensa luce bianca. Questo stadio finale è chiamato
"andare e venire" nella Mahamudra e
"sorgere e scomparire" nel Visuddhimagga per il
lampeggiare della luce a ogni istante. Gli Yogasutra lo
chiamano lo stadio della "trasformazione nella
focalizzazione su un solo punto". Entrambi comportano una
luce intensa, ma l'esperienza discontinua dei buddisti è simile
al rapido pulsare di uno stroboscopio, mentre l'esperienza
continua degli induisti è come un susseguirsi di colpi di gong
talmente rapido da dare l'impressione che l'uno sfumi nell'altro
in un"unica vibrazione continua.
Per capire il samadhi inverso ci si può servire dello
studio di Schneider e Shiffrin (1977) sulla ricerca ultrarapida
al tachistoscopio. La loro opera pone a confronto le prestazioni
dei soggetti durante questo tipo di ricerca effettuata con più
serie di stimoli sperimentali uguali e diversi rispetto
all'originaria "dotazione" della memoria. Per esempio,
se una lettera "X" era "in memoria", la
ricerca poteva aver luogo quando le serie degli stimoli,
proiettati ad altissima velocità, contenevano tutte le lettere o
tutti numeri, e alcune contenevano anche la lettera-bersaglio
"X". I soggetti imparano la ricerca ultrarapida quando
la "dotazione" della memoria e la struttura della
ricerca stessa sono di eguale categoria (tutte lettere). Una
ricerca del genere richiede uno sforzo prolungato e durante
l'apprendimento la capacità di attenzione è limitata.
L'esercizio si chiama "ricerca controllata". I soggetti
normali, in queste condizioni, migliorano la giustezza e la
velocità dell'"elaborazione delle informazioni solo dopo
migliaia di tentativi, in seguito ai quali l'elaborazione avviene
con modalità diverse ed è chiamata "rilevazione
automatica". Essi riescono allora a effettuare senza sforzo
una ricerca ultrarapida esatta anche quando la
"dotazione" della memoria e le strutture della ricerca
appartengono a categorie diverse (lettere, numeri). Riescono
inoltre a suddividere contemporaneamente l'attenzione fra più
stimoli.
Come i normali soggetti di laboratorio, anche i meditanti nel samadhi
riescono a imparare la ricerca ultrarapida. Nell'apprendere
la visione profonda si servono di categorie uguali (non-entità o
identità contrapposte al contenuto mentale grossolano). Come
avviene negli esperimenti con il tachistoscopio, la visione
profonda diventa automatica. Lo yogi impara inoltre a suddividere
la consapevolezza fra il contenuto mentale grossolano e il
processo con il quale esso si presenta durante la ricerca. Ne
risulta un cambiamento nella percezione della durata degli
eventi. Dovrebbe esserci un aumento della luminosità, per la
legge di Bloch secondo la quale c'è una relazione inversa fra la
percezione della durata e quella della luminosità. La luce
bianca che compare a questo stadio della pratica è prevista
stando alla ricerca sulla percezione.
C. Samadhi del sorgere e dello scomparire
Il samadhi del sorgere e dello scomparire è uno degli
stadi più importanti lungo il sentiero della meditazione,
perché il meditante ha affinato la consapevolezza del flusso di
luce fino all'estremo limite, alla struttura temporale della
percezione ordinaria. Da questo punto di osservazione ormai
stabile e sottratto a ogni influenza, egli riesce a discernere il
processo stesso con il quale i fenomeni sembrano originarsi e
sparire. Poiché nell'universo intero sono operanti le stesse
leggi che regolano la comparsa e la scomparsa dei fenomeni
mentali, il meditante ha raggiunto l'interfaccia di mente e
cosmo.
Le tradizioni sono concordi nel considerare l'osservazione del
modo di nascere e morire degli eventi l'aspetto principale
dell'"esercizio, ma l'effettiva esperienza che ne hanno è
completamente diversa a causa delle prospettive in cui si
pongono: continuità o discontinuità. Nel Buddhismo l'esperienza
è una successione di eventi distinti, simili apparentemente a
una luce intensissima che lampeggia e si spegne con estrema
rapidità come uno stroboscopio ad alta frequenza. Nell'Induismo
è una successione continua di cambiamenti di più
"aspetti osservabili di ondulazioni, che sono più o
meno manifeste in ogni dato istante, pressappoco come il
succedersi di note alte e basse in una partitura musicale.
Quando il meditante osserva l'andirivieni discontinuo o il più o
meno continuo manifestarsi dei fenomeni ondulatori, avviene un
cambiamento improvviso e importante. La consapevolezza si apre e
si rivolge proprio alla struttura spazio-temporale del flusso di
luce. Sorgono nuovi interrogativi. Quello che sembra un andare e
venire è di per sé un condizionamento percettivo? Quelle che
sembrano molte manifestazioni sono riducibili a un solo fenomeno
unitario? Per risolverli, il meditante prende a esaminare le
sottilissime relazioni causali e spaziali in cui è incapsulata
la percezione. Lo fa adottando una nuova categoria della visione
profonda, spesso a carattere paradossale o dialettico.
Il Visuddhimagga si serve della categoria della scomparsa.
Relativamente agli eventi osservabili, lo yogi fissa l'attenzione
sulla scomparsa, istante per istante, di ogni singolo sprazzo,
mentre ne ignora la comparsa. Come risultato, tutti gli eventi si
dissipano e si ha quella che si chiama l'esperienza della
"dissoluzione". Relativamente al punto di
osservazione, lo yogi fissa l'attenzione sulla scomparsa di ogni
istante distinto di consapevolezza finché tutti non cessino per
un certo periodo. Mentre le esperienze risultanti sono profonde,
quest'esperienza assume ancora una matrice spazio-temporale. Il
Mahayana ha criticato il Theravada che non è riuscito a
risolvere completamente il condizionamento spazio-temporale e
adotta quindi, per farlo la categoria della negazione dialettica,
come nella famosa istruzione di Nagarjuna:
Ciò che è percorso non lo si sta percorrendo. Ciò che non è
percorso non lo si sta percorrendo. Privo di ciò che è percorso
e non percorso, non vediamo nessun cammino che si stia
percorrendo.
Riferita al samadhi del sorgere e dello scomparire, una
simile dialettica porta a un"esperienza di
"non-dissoluzione" (M, ma "gag pa) o di
"ingresso nel sentiero di mezzo", in cui tutti i
molteplici eventi potenziali dell'"universo compaiono
simultaneamente ma sono reciprocamente dipendenti per la loro
esistenza. Negli Yogasutra, il meditante risolve
interamente il rapporto fra identità e cambiamento applicando
questa categoria non solo agli eventi mutevoli (YS, parinama),
ma ora anche alla loro stessa organizzazione temporale. Lo
yogi dapprima osserva i cambiamenti (YS dharma) di schemi,
proprietà e stati del campo di energia, poi ne osserva il
sottostante "aspetto immutabile". Un medesimo sostrato (dharmin)
sottende gli aspetti osservabili (dharma) che
diventano manifesti (udita), cessano di esserlo (shanta)
o lo sono potenzialmente. Dopo aver contrapposto il mutevole (dharma)
all'immutato lo yogi esamina i rapporti causali fra
cambiamento e identità: Le differenze della successione (krama)
sono le cause delle differenze nelle trasformazioni. Ne
risulta un"esperienza di unità, in cui tutti i potenziali
eventi dell'"universo si presentano simultaneamente come una
dimensione dello stesso sostrato che li sottende. L'esperienza ha
una struttura comune, almeno nella Mahamudra e negli Yogasutra.
Ciascuna è una variazione sul tema
dell'"interconnessione. La normale matrice spazio-temporale
della percezione ordinaria è trascesa e la consapevolezza si
apre a un ordine diverso in cui compaiono tutti i potenziali
eventi dell'"universo con la trama delle loro potenziali
connessioni. In questa indivisa interconnessione
dell'"universo le interazioni hanno luogo non secondo le
leggi causali, ma secondo i rapporti relativi con ogni altra
cosa. Da questi rapporti dipendono anche la posizione assumibile
nello spazio e le proprietà.
Ciascuna tradizione spiega come si trascende l'ordinaria
percezione spazio temporale, ma le esperienze sono diverse, come
risulta dalle distinzioni descritte fra le posizioni nichilista,
del sentiero di mezzo e dell'"eterna immutabilità.
L'esperienza di dissoluzione, propria del Theravada, è
nichilista in quanto eventi e istanti di consapevolezza si
succedono e scompaiono. L'esperienza dell'"unità, propria
dell'"Induismo, è di eterna immutabilità perché
l'interconnessione che è percepita riguarda un qualche sostrato
sotteso all'universo e la consapevolezza che lo riflette non
cambia mai. L'esperienza propria della Mahamudra è
quella del sentiero di mezzo perché cambiano gli eventi
interconnessi e la consapevolezza di essi; gli eventi
particolari, percepiti nella loro interconnessione, dipendono per
la loro esistenza visibile dal rapporto in cui sono con tutti gli
eventi potenziali, e la consapevolezza concomitante cambia quando
essi sembrano cambiare.
Stadio VI. La mente e l'illuminazione straordinaria
A. Il rapporto fra la percezione ordinaria e l'interconnessione
straordinaria della mente
L'apertura della consapevolezza al livello che oltrepassa la
matrice spazio-temporale della percezione ordinaria costituisce
una profonda trasformazione della coscienza - quella che la Mahamudra
chiama la "mente straordinaria" e gli Yogasutra una
"diversa classe di esistenza". Il primo compito è
l'esperienza samadhica per intervalli sempre più lunghi. Il
meditante deve estirpare le false percezioni e le influenze
corruttrici, stando attento a non perdere di vista l'iniziale
categoria della visione profonda ora applicata in un contesto
totalmente nuovo. Il Visuddhimagga gli rammenta di
concentrarsi sull'istante dello scomparire perfino quando non
vede altro che la morte di tutte le formazioni. La Mahamudra prospetta
un"altra meditazione investigativa, l'evidenziare che
serve a ricordare allo yogi che la vasta interconnessione che
sembra scaturire non è né sostanziale né dotata di esistenza
propria, ma vuota emanazione della mente, simile a un sogno che
emana dal sognatore. Gli Yogasutra applicano a un nuovo
contesto la categoria dell'"identità del cambiamento.
Durante il samadhi straordinario il meditante diventa
consapevole delle sottili interazioni non casuali fra gli eventi
potenziali, chiamate vasana. Inizialmente può notare
delle "differenze di attività" originate da
queste sottili interazioni. Se la categoria l'identità del
cambiamento, è applicata alle vasana, "l'impulso di
ciò che non è lo stesso è lo stesso"
Il tenere presente una particolare categoria durante il samadhi
straordinario influenza l'esperienza effettiva, compendiata
nelle posizioni nichilista, mediana e di perpetua immutabilità.
Con l'accento posto sulla scomparsa nel tempo, nel Visuddhimagga,
la pienezza delle interazioni potenziali non è compiutamente
esposta, anche se il testo allude ai "livelli delle
formazioni". Con l'accento posto sulla dialettica del
Sentiero di Mezzo, nella Mahamudra, la simultaneità degli
eventi emerge secondo l'esperienza della produzione condizionata.
Gli eventi hanno una relativa realtà, non però una sostanza
durevole. Con l'accento posto sull'identità del cambiamento,
negli Yogasutra, la simultaneità degli eventi emerge come
sostanza eterna prakrti primordiale, capace di
rispecchiare l'eternamente immutabile consapevolezza trascendente
(purusa).
Malgrado queste differenze, il samadhi straordinario
ha nelle tre tradizioni una struttura comune. In termini
strutturali, rappresenta una totalità indivisa, letteralmente:
"base di ogni, in cui ogni parte esiste soltanto nel
suo rapporto con tutte le altre. Ogni relativo istante mentale
contiene le informazioni sull'universo intero mediante le sue
interconnessioni. In termini di attività, rappresenta il
movimento dell'"universo in cui ogni sottile attività si
inserisce in ogni altra sottile attività. Il concetto buddhista
di produzione condizionata e la definizione induista delle vasana
esprimono questo tipo di interazioni non causali.
Il meditante deve imparare a introdurre nel samadhi straordinario
la categoria della visione profonda e a confrontare la nuova
visione con le precedenti, ordinarie. Stabilisce dei legami fra
le interazioni potenziali non manifeste e gli eventi mentali
manifesti, sottili e grossolani. Impara ad "accoppiare"
o ad "abolire l'intervallo" fra mente straordinaria e
mente ordinaria. Lo si fa entrando dapprima nel samadhi straordinario
e poi osservando il ritorno della mente ordinaria nella
ri-transizione alla coscienza vigile. Con il ripetuto
esercizio i due stati diventano contigui. Nella Mahamudra quest'esercizio
di accoppiamento è chiamato "simultaneità della
mente" in esso l'esperienza simultanea di tutti i
potenziali eventi interconnessi è accoppiata al succedersi del
flusso sottile e del contenuto grossolano dell'"esperienza
meditativa ordinaria. Ne risulta uno stato di meditazione
paradossalmente nel tempo e fuori dal tempo. L'esperienza
paragonabile a questa nel Visuddhimagga, chiamata
"sofferenza" accentua sempre molto il succedersi della
frattura fra eventi e consapevolezza, ma ne dilata la portata a
"tutte le formazioni, ovunque" in modo che diventino
chiare le interazioni fra eventi passati, presenti e futuri.
Negli Yogasutra lo yogi comincia con l'aprire la
consapevolezza alle sottili interazioni non casuali (vasana) e
all'attività grossolana (vrtti) del contenuto mentale
durante la transizione alla meditazione ordinaria. Giunge poi a
rendersi conto, facendo ampio ricorso alla categoria
dell'"identità nel cambiamento, che "non c'è
intervallo" fra i livelli ordinari e straordinari.
Poiché l'esperienza del samadhi straordinario è
coercitiva, i meditanti tendono a reagirvi. Devono ripetere
l'esercizio fino a diventare "indifferenti" "distaccati"
o "liberi dal desiderio". Allora diventano chiari gli
anelli della catena dell'attività karmica. Le sottili
interazioni non causali fra gli eventi relativi interconnessi sono
i "depositi" dell'attività karmica. Tali interazioni
influiscono sui cambiamenti del flusso di luce al livello
sottile dell'esperienza ordinaria, che provoca a sua volta
manifestazioni mutevoli nel contenuto mentale grossolano
nel fluire della coscienza. Il meditante impara non soltanto per
quali stadi un"azione diventa manifesta nel tempo secondo la
dottrina della causa e dell'"effetto, ma vede anche che è
possibile fermare la catena karmica. Questo tipo di visione
profonda è chiamato rispettivamente, nelle tre tradizioni:
"alba della saggezza" "desiderio di
liberazione" e "possibilità della non esistenza delle vasana".
Successivamente lo yogi passa ad osservare con maggiore
attenzione la sottile attività karmica e le sue manifestazioni.
Quest'esame è chiamato "simultaneità di cognizione e
percezione" "riosservazione" e visione
dell'"identica entità nel diverso materiale mentale".
Il meditante giunge a rendersi conto che tutti gli eventi
osservabili - simultanei o in successione, sottili o grossolani -
non sono che emanazione di questa sottile attività karmica.
Inoltre, mediante l'esercizio seduta per seduta, la sottile
reattività diminuisce ed egli li coglie in una forma nuova,
così come sono allo stato primordiale. Secondo la Mahamudra, la
"reattività" e le "false cognizioni"
si attenuano e le emanazioni sono percepite
"vividamente" nella loro originaria
"spontaneità". E ciò che è chiamato
"conoscenza ordinaria". Anche per il Visuddhimagga la
reattività svanisce e in ogni sorgere diventano chiari tre
segni: l'impermanenza, l'assenza del Sé e la reattività. E ciò
che è chiamato "equanimità". Per le due tradizioni
buddhiste lo stato primordiale è uno stato di immediatezza. Gli
eventi si stabilizzano rapidamente prima di venire inseriti nei
costrutti tempo/spazio, Sé, percetti e pensieri grossolani. Gli Yogasutra
chiamano lo stato primordiale "quiddità di
un"entità". E" uno stato di sostanzialità. Lo
yogi induista vede nella continua mutevolezza e nell'apparente
diversità di tutte le manifestazioni e del materiale mentale la
stessa "entità" (vatsu), la prakrti primordiale,
che appare sotto forme diverse solo a causa dell'"attività
delle vasana. Nonostante il diverso modo di concepire lo
stato primordiale, le tre tradizioni sono concordi nel ritenere
che, considerati gli eventi osservabili ci sia un ritorno a una
qualche condizione originaria, e che, considerato il punto di
osservazione la consapevolezza proceda senza reattività e con la
nozione dell'"esperienza originaria quale è presentata.
Tutti i paradossi - sorgere/scomparire, uno/molti,
successione/simultaneità - sono risolvibili con la comprensione
delle sottili interazioni non causali della mente straordinaria.
B. Il rapporto fra la mente straordinaria interconnessa e la
mente illuminata
Dopo aver acquisito la visione profonda della natura
dell'"attività karmica della mente straordinaria e della
relazione che essa ha con gli eventi mentali ordinari, il
meditante comincia a chiedersi in che modo la consapevolezza
equanime dell'"attività karmica possa riferirsi anche
all'illuminazione. Occorre soddisfare a due condizioni, l'una
nella prospettiva del punto di osservazione, l'altra in quella
degli eventi osservabili.
Nella prospettiva del punto di osservazione, la consapevolezza
cambia direzione allontanandosi dagli eventi interconnessi
emananti per dirigersi su se stessa. Quando essa si ripiega su di
sé, si ha spesso un netto cambiamento di esperienza, come
l'aprirsi dello spazio fra il mutare degli eventi. Nella Mahamudra
ciò è chiamato "riconoscimento della sapienza nel
flusso in continuo cambiamento". I tibetani introducono il
termine tecnico "presenza mentale-consapevolezza" a
significare che istante per istante la stessa consapevolezza
diventa oggetto di attenzione. Nel Visuddhimagga l'analogo
cambiamento è chiamato "visione profonda che conduce
all'emersione".I tre segni sono chiari in ogni istante. Ne
consegue che la consapevolezza istante per istante non ha più
nient'altro su cui posarsi, sicché si dice che l'illuminazione (nibbana)
diventa il suo oggetto. Per gli Yogasutra, la
consapevolezza continua si discosta dalle attività continue (vasana)
della medesima entità, la prakrti primordiale, per
dirigersi verso se stessa, verso la consapevolezza trascendente,
il purusa. Diventa chiaro il rapporto fra la prakrti primordiale
e la consapevolezza trascendente, purusa.
Nella prospettiva dell'"evento osservabile, l'attività
osservata durante l'equanimità si avvicina sempre più al
perfetto stato primordiale, essa deve conformarsi alla condizione
naturale dell'"attività della mente in modo che possa
avvenire l'illuminazione. L'attività mentale è la chiave per la
comprensione di questo stadio della pratica meditativa. Si fa
un"importante distinzione fra l'attività" artificiosa
- la reattività grossolana e le sottili attività che
ostacolano il conseguimento dell'"illuminazione - e
l'attività spontanea dello stato primordiale. Il meditante deve
imparare ad annullare le forme più comuni di reattività -
aspettative, dubbi, pensieri di valutazione e il continuo cercare
di categorizzare l'esperienza che va facendo. Deve anche
annullare le sottili attività della meditazione, altro ostacolo
al conseguimento dell'"illuminazione. Gli strumenti stessi
della meditazione, per esempio la "presenza mentale"
e il "portare-alla-mente" diventano ostacoli
all'illuminazione e vanno annullati. Ecco perché i tibetani
intitolano la serie di esercizi "lo yoga della
non-meditazione". Anche gli Yogasutra dicono
che l'illuminazione non può essere un"attività
"conseguita" (prapya) o "procurata".
Anziché parlare delle attività che originano l'illuminazione, i
tibetani asseriscono che occorre stabilire le condizioni che ne
accrescano la probabilità, ossia i "mezzi per
predisporla". Oltre ad annullare l'attività
artificiosa, il meditante deve anche riconoscere e
"salvaguardare" la naturale attività spontanea quando
questa ha luogo. Le analoghe istruzioni del Visuddhimagga sono
chiamate "conoscenza della conformità", in cui sono
anche comprese certe istruzioni di negazione,
"spassionatezza" e protettive, i "sette
fattori di illuminazione". Gli Yogasutra usano
soltanto istruzioni protettive, compendiate in un unico aforisma:
Questo (materiale mentale), benché diversificato da innumerevoli
vasana, è per il bene dell'"Altro perché ha
la funzione di influire sulle interazioni. La frase "per il
bene dell'"Altro" definisce un"importante presa di
coscienza, per cui l'attività stessa delle vasana è
vista esistere a sostegno della consapevolezza trascendente. Il
meditante si rende conto che la pura consapevolezza esiste come
sfondo permanente alle innumerevoli attività delle vasana. Quando
le condizioni sono esattamente soddisfatte avviene
l'illuminazione. Tutte le tradizioni sono concordi nel sostenere
che questa si manifesta come una serie di tre cambiamenti
improvvisi della consapevolezza, chiamati momenti di
illuminazione: la base, il sentiero e la fruizione. La struttura
dell'"illuminazione è identica nelle tre tradizioni, ma è
diversa l'esperienza del secondo e del terzo momento per la
diversità delle prospettive assunte lungo l'intero sentiero
della meditazione.
L'esperienza del primo momento, illuminazione-base, è identica
nelle tre tradizioni. Nella prospettiva degli eventi osservabili,
di tutti gli eventi-contenuto e attività-, tutto si
affievolisce. Si ha la cosiddetta "cessazione". Che
cosa rimane? Nella prospettiva del punto di osservazione, poiché
gli eventi recedono dalla consapevolezza, questa cambia sede:
"passa alla sponda opposta" o "cambia linea".
Prima dell'"illuminazione la consapevolezza è
inestricabilmente legata all'attività mentale e agli eventi. Il
punto di osservazione e l'evento osservabile si presentano come
se fossero inseparabili. Quando invece la consapevolezza sposta
la propria sede durante l'illuminazione-base, l'associazione fra
evento e consapevolezza è permanentemente recisa.
Il secondo momento di illuminazione, l'illuminazione-sentiero, è
caratterizzato dal ritorno degli eventi osservabili, che ora sono
visti da un diverso punto di consapevolezza. Poiché questa non
è più associata agli eventi osservabili, nulla può interferire
con la loro attività naturale, né si origina alcun nuovo karma.
Le tradizioni concordano nel ritenere che l'estirpazione
dell'"attività karmica avvenga nell'illuminazione-sentiero.
Il ritorno degli eventi osservabili, liberi dall'attività e
reattività che li riguarda, è paragonato all'immettersi in un
flusso con le sue correnti naturali, letteralmente:
"chi entra nel flusso. Per la Mahamudra tutti gli
eventi potenziali riempiono la consapevolezza e si presentano
paradossalmente in simultaneità e in successione. Nel Visuddhimagga
gli eventi osservabili si svuotano della consapevolezza, per
cui il contenuto dell'"illuminazione sentiero non è molto
diverso da quello dell'"illuminazione base, tranne che per
l'esperienza di un altro cambiamento e della conseguenza che ne
deriva: il consumarsi interamente del karma. Negli Yogasutra l'attività
simultanea delle vasana e l'attività in successione delle
impressioni (samskara) rimandano nuovamente al
riconoscimento. Nell'intervallo [che segue] ciò, ci sono altri
Riconoscimenti che provengono dai samskara. La principale
differenza fra gli eventi osservabili secondo la Mahamudra e
secondo gli Yogasutra sta nella contrapposizione fra la
relatività interconnessa, insostanziale degli eventi
discontinui, per il Buddhismo e l'attività continua,
interconnessa della prakrti sostanziale per l'Induismo.
L'illuminazione-fruizione è il momento finale nel quale avviene
una trasformazione permanente della coscienza. Ancora una volta
la natura di tale trasformazione varia nelle diverse tradizioni.
Nella Mahamudra il meditante diventa i "tre corpi del
Buddha": uno sul piano della consapevolezza, uno nei
vari reami cosmici potenziali interconnessi e uno sul
piano dell'"ordinaria esistenza spazio-temporale. Questi
tre stati ora coesistono e sono parte della coscienza del
meditante. Per il Visuddhimagga, il meditante avverte una
profonda pace e tranquillità, senza alcuna attività mentale
estranea. Per gli Yogasutra, sperimenta un samadhi detto
"nube del dharma" (YS, dharmameghasamadhi, 4:29),
in cui si riversano, come da una nuvola gonfia, tutte le forme
possibili di conoscenza e di esistenza.
C. Esame retrospettivo
Dopo questi tre momenti di illuminazione, ritorna l'odierna
esperienza spazio-temporale con il suo contenuto mentale
grossolano. La coscienza ordinaria si manifesta come se fosse
allo stato vigile precedente a ogni esperienza di meditazione; ma
il meditante è riflessivamente consapevole che è avvenuto un
profondo cambiamento. Torna il contenuto dell'"esperienza
ordinaria, ma in una prospettiva completamente diversa.
Nell'esame retrospettivo è posto in risalto il rapporto fra la
consapevolezza illuminata e l'ordinaria coscienza vigile. Il
meditante impara a estirpare ulteriormente le percezioni errate e
le inclinazioni attraverso cui si può perdere la prospettiva
illuminata e in tal modo rende stabile l'illuminazione come una
dimensione dell'"ordinaria esperienza vigile.
SOMMARIO
Il sentiero della meditazione
Nonostante le visibili differenze fra le tre tradizioni della
meditazione, è nettamente evidente la presenza sottostante di
un'unica, invariabile sequenza di stadi. Questi stadi
rappresentano una prevedibile progressione di cambiamenti nella
struttura psicologica e sono soggettivamente esperiti come il
sistematico dischiudersi di stati di coscienza distinti. Il
sentiero che vi è sotteso può essere concettualizzato nel modo
migliore come la sistematica decostruzione delle strutture
dell'ordinaria coscienza; vigile. Com'è illustrato nella Tavola
5, in ciascuna delle tradizioni sentieri della meditazione
comportano la progressiva decostruzione di tutte queste
strutture: atteggiamenti e schemi comportamentali (I stadio)
pensiero (II stadio); percezione grossolana (III stadio); sistema
del IV stadio; matrice spazio-temporale (V stadio). Per effetto
dello smantellamento delle coordinate della percezione ordinaria,
il meditante h; accesso ad una struttura non ordinaria o
straordinaria della coscienza che non opera secondo le normali
leggi psicofisiche. Anche la decostruzione di questa struttura
profonda porta all'illuminazione (VI stadio) Ognuno di questi
cambiamenti manifesta una "specificità dello stato (Tart,
1971) ed è avvertito come un netto passaggio ad un diverso stato
di coscienza. La natura e la visione profonda proprie di ciascuno
d questi stati di coscienza sono specifiche dello stato stesso e
non si trasferiscono ad altri. L'esperienza è "vincolata
allo stato" (Fischer, 1971)
La progressione delle alterazioni nella struttura della coscienza
è avviata da certe condizioni. Un prerequisito è la diminuita
interazione sensoriale-motoria fra l'organismo e
l'ambiente. Tuttavia ciò che vi contribuisce maggiormente è il
concentramento dell'"attenzione. L'uso prolungato
dell'"attenzione selettiva, dello sforzo e della pura
consapevolezza, nonché il loro sviluppo come capacità generiche
d'attenzione, sono essenziali per l'attivazione dei cambiamenti
lungo il sentiero della meditazione. Rapaport (1967) e Neisser
(1976) hanno dato rilievo al ruolo svolto dall'attenzione
nell'influire sui cambiamenti delle strutture cognitive. Tart
(1975) ha dimostrato specificamente che la si può usare per
"interrompere" la stabilità della normale coscienza
vigile e provocare stati alterati. Brown (1977) ha mostrato anche
che la si può usare per produrre una progressione di stati di
coscienza nella meditazione tibetana.
I teorici occidentali e gli autori della Mahamudra hanno
avanzato teorie simili per spiegare i meccanismi del cambiamento
strutturale. Gli uni e gli altri mettono in risalto il rapporto
fra consapevolezza e struttura psicologica. Per Tart, la
coscienza è composta da tre elementi: la struttura
(organizzazione relativamente stabile), l'energia (ciò che
attiva o disattiva le strutture) e l'attenzione/consapevolezza
(sia l'attenzione volitiva sia la pura consapevolezza). Con
l'applicazione dello sforzo si può scompigliare
un"organizzazione relativamente stabile come lo stato
vigile. Ne può seguire uno stato alterato di coscienza separato:
uno schema relativamente stabile, con una struttura unica
proveniente dallo stato vigile. Questo stato stabile può essere
osservato con meno sforzo. Facendone esperienza si può anche
imparare a "liberare completamente la consapevolezza dalle
strutture" e a percepirla nella sua purezza:
La coscienza, come la consideriamo ordinariamente in
occidente, non è pura consapevolezza ma piuttosto consapevolezza
incarnata nella struttura psicologica della mente o del cervello.
L'esperienza ordinaria non è né consapevolezza pura né pura
struttura psicologica, ma è esperienza della consapevolezza
inserita e modificata dalla struttura della mente/cervello, e
della struttura della mente/cervello inserita e modificata dalla
consapevolezza. Queste due componenti, consapevolezza e struttura
psicologica, costituiscono una gestalt, un sistema generale
interagente, dinamico, che costituisce la coscienza.
Vi sono delle tecniche, tuttavia, che sono intese a liberare la
consapevolezza di una persona dal dominio della struttura, dal
meccanismo programmato in lei culturalmente.
In modo simile, anche la Mahamudra parla dei tre
"stili" (M, lugs) dell'"attenzione:
"tenersi saldamente" con sforzo (M, sgrim ba), "lasciar
andare" lo sforzo (M, Ihod pa) e "pura
consapevolezza" (M, rig pa). La Mahamudra aggiunge
qualcosa che manca nell'opera di Tart, cioè il modo in cui
questi tre stili dell'"attenzione si applicano a ciascuno
dei principali stadi della meditazione. In ogni stadio si ricorre
allo sforzo per smantellare la struttura ad esso propria.
Allentando lo sforzo, il meditante è in grado di osservare lo
stato di coscienza separato, stabile, che ne risulta. Avviene
infine una riorganizzazione in cui la struttura si scompone e la
consapevolezza temporaneamente se ne libera. Nel sottostadio A la
struttura è interrotta, nel sottostadio B si osserva lo stato
che ne risulta, nel sottostadio C avviene la riorganizzazione e
la consapevolezza è liberata.
L'intero sentiero della meditazione si dispiega come una
partitura musicale con un tema ripetuto. Si noti la profonda
regolarità: I, A, B, C; II, A, B, C ... VI, A, B, C. IA,
interrompere; IB, osservare lo stato che ne risulta; IC,
decostruire e sviluppare la consapevolezza pura. Durante il
sottostadio C d'ogni stadio crollano le strutture abituali:
atteggiamento, pensiero, percezione grossolana, ecc. Tale è la
musica della mente: culmina nel VI stadio quando si dissolve la
più sottile struttura della percezione e la consapevolezza si
libera permanentemente dalla struttura psicologica. Ecco
l'illuminazione. Poiché fino a poco tempo fa l'attenzione è
stata ignorata nelle teorie occidentali dello sviluppo e della
cognizione (Brown, 1977), non sorprende che il sentiero della
meditazione sia stato un prodotto piuttosto incomprensibile
dell'"Oriente. La meditazione è semplicemente una forma
d'addestramento intensivo all'attenzione e alle sue conseguenze,
la più importante delle quali è l'avvio di una sequenza atipica
dello sviluppo adulto: atipica solo nel senso che non tutti gli
adulti possono avere accesso al sentiero della
meditazione-sviluppo, ma solo coloro che sottopongono
l'attenzione ad un addestramento rigoroso. Chi riesce a farlo è
come un maestro che diriga la meravigliosa musica della mente.
Anche se è chiaramente evidente che esiste un unico sentiero
sotteso a tutte le tradizioni meditative, possono essere assunte
prospettive diverse che, a loro volta, danno luogo ad esperienze
diverse negli stadi equiparabili di quel sentiero. Le differenze
diventano visibili nel terzo sottostadio (C) di ogni stadio,
ossia nel sottostadio in cui avviene la decostruzione e la
consapevolezza si libera dalla sua prigionia entro la struttura:
decostruzione del pensiero (mC); del Sé (IVC); del tempo/spazio
(vC); delle interazioni straordinarie (VIC). Una volta liberata
la consapevolezza, è possibile assumere prospettive diverse, per
esempio, la conformità nel Buddhismo o la concomitanza
riflessiva nello yoga induista. Questa nuova applicazione della
consapevolezza a seconda delle differenti prospettive produce
esperienze diverse durante lo stesso sottostadio. Le differenze
sono compendiate in termini di discontinuità e continuità:
continuità contrapposta a discontinuità del pensiero, del
flusso di luce, dell'"interconnessione della mente
illuminata. Ne risulta che la mente illuminata finale è diversa
nelle varie tradizioni.
Le conclusioni esposte qui sono quasi opposte alla nozione
stereotipa della philosophia perennis, la quale afferma
che più sentieri spirituali portano alla stessa meta. Il
raffronto approfondito delle varie tradizioni ci porta a
concludere che c'è un unico sentiero, ma con più esiti. Ci sono
più tipi di illuminazione, anche se tutti liberano la struttura
psicologica e alleviano la sofferenza.
Gli stati di coscienza si conformano al tipo di cultura (Wallace,
1959). Gli esercizi preliminari servono a modellare gli stati
meditativi. Il novizio effettua uno studio rigoroso dei principi
filosofici basilari della tradizione fino a subirne
l'influenza" sulla prospettiva adottata durante il samadhi.
A questa influenza non si può sfuggire, tranne che nel
momento fondamentale dell'"illuminazione, ossia finché la
consapevolezza non sia permanentemente liberata dalla struttura
psicologica. Per lo più le tradizioni della meditazione
riconoscono esplicitamente il ruolo influenzante della
prospettiva filosofica. L'imbattersi sistematico in una
particolare concezione spinge i singoli stati meditativi verso
determinate prospettive ed esperienze. Ci si può ragionevolmente
attendere che lo yogi sperimenti solo le visioni profonde
avallate dalla tradizione. Certo, sono possibili altre
esperienze, che rientrano nell'insieme delle potenzialità umane.
Ecco perché sono così numerosi i dibattiti fra le varie
tradizioni, ciascuna delle quali nega valore all'esperienza
dell'"altra. I seguaci del Mahayana riconoscono onestamente
la validità delle altre esperienze, pur considerando più
profonda la propria. Essi perciò inseriscono, dopo ogni
sottostadio della pratica meditativa, particolari istruzioni di
"protezione" (M, skyon ba), che prevedono il
raffronto dell'"esperienza dello yogi con quelle accettate
dalla tradizione. Tuttavia, dibattiti e inclinazioni a parte, la
conclusione è una: se tutte le esperienze e tutti i tipi di
illuminazione sono validi, ognuna rappresenta però un diverso
punto di vista.
Un"altra differenza di prospettiva è fra successione e
simultaneità. Con il temporaneo liberarsi della consapevolezza
dalle fondamentali strutture spazio-temporali della percezione
ordinaria (stadio vC), diventa possibile vedere l'esperienza
umana nella prospettiva della successione (VM) o in quella
della simultaneità (YS) o in entrambe (M) (stadi A, B).
Ed effettivamente, in questo stato straordinario, l'intero
sentiero della meditazione può essere visto in successione o in
simultaneità o in entrambe le forme. Si tratta della distinzione
fra sentieri graduali e rapidi, cioè in successione o
simultanei. Quest'esposizione ha adottato a scopo euristico la
prospettiva della successione, ma ambedue le prospettive sono
legittime. E giusto dire che la mente può operare per fasi
successive o simultaneamente a seconda della prospettiva in cui
ci si trova. Questa posizione è coerente con i risultati
dell'"odierna ricerca nel campo della psicologia
cognitivistica. Esistono due modelli di elaborazione delle
informazioni: il seriale (successione) e il parallelo
(simultaneità) (Hoffman, 1979), ciascuno dei quali suffragato
dalla presentazione di prove convincenti. Gli accesi dibattiti
che oppongono l'uno all'altro possono essere elusi dicendo che
entrambi sono corretti. La mente è attrezzata per elaborare le
informazioni sia in successione sia in simultaneità: dipende
dalle condizioni e dalla prospettiva assunta. Allo stesso modo,
sempre a seconda della prospettiva in cui si è, nella
meditazione la mente di dispiega per fasi successive o in forma
simultanea.
IL RISULTATO FINALE: GLI EFFETTI DELL'ILLUMINAZIONE
Le tradizioni ritengono concordemente che l'illuminazione
provochi due importanti cambiamenti: l'alterazione permanente
della visione della realtà esterna e l'alleviamento
dell'"esperienza interiore di sofferenza. Entrambi sono
originati dal cambiamento radicale, che avviene durante
l'illuminazione, nell'associazione fra consapevolezza ed eventi
mentali.
Il meditante fa esperienza dei profondi colpi che sono inferti
all'ordinaria visione della realtà: alcuni prima
dell'illuminazione, altri nel corso di essa. Assai prima
dell'illuminazione, durante le meditazioni di concentrazione,
egli impara ad arrestare la mente, a smantellare la percezione
ordinaria, e giunge alla conclusione che il mondo non è
semplicemente quale lo si vede, lo si sente, ecc.
La messa in questione della visione ordinaria della realtà
diventa anche più decisa con la scoperta dei poteri psichici,
specie per il fatto che molti di questi comportano l'azione della
mente sulla realtà fisica. Secondo i testi, i poteri psichici
diventano utilizzabili in due punti del sentiero: gli stadi IVC e
vC. La cosa non sorprende: essi infatti sono disponibili soltanto
dopo la decostruzione della percezione grossolana e
dell'"ordinario sistema del Sé (stadio IVC) e dopo la
decostruzione della matrice spazio-temporale della percezione
ordinaria (stadio vC). In altre parole, i poteri psichici sono un
risultato delle esperienze percettive insite nel nostro
potenziale umano, ma diventano manifesti solo dopo la rimozione
delle nostre più consuete strutture percettive. E una scoperta
coerente con la ricerca occidentale sulle capacità psichiche, la
quale ha mostrato come queste siano enormemente accresciute negli
stati di coscienza transitori, per esempio lo stato ipnagogico
(Ullman e Krippner, 1973). Molti testi condividono l'idea che
allo yogi riesce difficile la piena padronanza dei poteri
psichici durante lo stadio IVC perché non ha ancora
padroneggiato la meditazione di visione profonda. I poteri
psichici, quali emergono nello stadio IVC, sono soltanto un
risultato dell'"intensa concentrazione. Quando però giunge
ad avere la padronanza delle meditazioni di visione profonda, lo
yogi ha rimosso anche il più tenue fattore influenzante e ha
deostruito la base stessa della percezione ordinaria, la sua
matrice spazio-temporale. Ma l'acquisizione di questa visione
profonda sulla percezione rende stabilmente utilizzabili i poteri
psichici. Questo è forse il motivo per cui gli Yogasutra non
accennano a tali poteri nella loro descrizione delle meditazioni
di concentrazione, mentre vi danno molto risalto quando esaminano
la serie delle visioni profonde (YS, 3:16-52).
La visione della realtà ordinaria è messa in dubbio in forma
ancor più radicale dalla scoperta del samadhi straordinario.
Malgrado le notevoli differenze di prospettiva, tutte le
tradizioni condividono l'idea che il samadhi straordinario
comporti un qualche tipo di esperienza di interconnessione di
tutte le potenziali interazioni non causali della mente e
dell'universo. Attraverso queste esperienze dirette della più
sottile struttura mentale, il meditante scopre nella mente un
insieme di operazioni che differiscono completamente dalle
ordinarie leggi psicofisiche. In queste sue operazioni più
profonde la mente obbedisce a un altro ordine di leggi: quelle
dell'"interconnessione e della relatività universali.
Inoltre, è possibile specificare in quale stadio esattamente
avviene la transizione dalle leggi ordinarie a quelle
straordinarie. La chiave per farlo è la decostruzione della
matrice spazio-temporale della percezione ordinaria.
Ma la massima sfida alla visione della realtà ordinaria la si ha
con l'illuminazione. Quale che sia la prospettiva in cui avviene
l'esperienza - nichilista, del sentiero di mezzo o
dell'"eterna immutabilità, l'illuminazione-base è identica
nelle varie tradizioni. Durante l'illuminazione-base il contenuto
dell'"esperienza svanisce e la consapevolezza cambia sede.
Il rapporto fra consapevolezza e struttura viene permanentemente
alterato. La consapevolezza si libera una volta per tutte della
struttura mentale. Questo altera, a sua volta, la visione della
realtà dopo l'illuminazione. Il meditante è ora
"consapevole" che la realtà ordinaria non è altro che
una "costruzione" (M, bcos pa), un semplice
modello costruito dalle incessanti interazioni non casuali e
casuali che avvengono nella mente. Modelli siffatti ingenerano
"idee erronee" (M, rtog pa) sulla natura della
realtà. Quando però la consapevolezza è liberata da queste
costruzioni, lo yogi si rende conto che di per sé questi modelli
e concetti non costituiscono assunti veritieri circa la realtà:
secondo gli Yogasutra non sono che "illusione"
(YS, maya).
Queste descrizioni si avvicinano molto alle teorie
costruttivistiche della percezione elaborate in Occidente
(Bruner, 1973; Neisser, 1967; Pribram, 1974). Secondo Bruner, la
percezione ordinaria è "non-veridica". L'organismo
traduce attivamente gli stimoli in unità di informazione, poi
costruisce per essi un modello mediante le operazioni con cui li
ripartisce in categorie. Benché le categorie possano
assomigliare agli aspetti fisici del mondo, tanto da far sì che
i costrutti percettivi vi si avvicinino, tuttavia quest'atto di
costruzione spesso "va al di là dell'"informazione
data". La percezione ne viene allora influenzata in qualche
misura: non è veridica. L'opera di Bruner sulla non-veridicità
della percezione ordinaria è una teoria paragonabile alla teoria
Mahayana della vacuità e alla nozione yogica di maya. Condivisa
da tutte queste teorie costruttivistiche e decostruttivistiche
della percezione è la nozione che la visione ordinaria del mondo
è solo una grossolana approssimazione. E meglio quindi
non attaccarvisi. Studi empirici sui meditanti illuminati hanno
mostrato che essi "vedono" e insieme "vedono
attraverso" la realtà ordinaria.
La brusca svolta che avviene nel rapporto fra struttura e
consapevolezza ha anche un profondo impatto sull'esperienza della
sofferenza umana. La principale asserzione, e quindi in primo
luogo la ragione per meditare, è che l'illuminazione la può
alleviare. Durante illuminazione-sentiero, in particolare, cessa
la reattività della mente al proprio contenuto, per cui non può
essere originato un nuovo karma. Il contenuto di esperienza che
ricompare dopo l'illuminazione si basa sulla maturazione del
karma passato anche se non ne viene originato uno nuovo. Poiché
la consapevolezza ha cambiato sede, non c'è reattività a questo
contenuto emergente. Tutte le tradizioni ritengono concordemente
che la reattività si arresti, ma differisce, in ciascuna di
esse, il destino delle reazioni emotive. Nella tradizione
nichilista del Buddhismo Theravada, gli intensi stati emotivi
possono cessare completamente dopo un certo numero di esperienze
di illuminazione. Per la tradizione dell'eterna immutabilità,
propria dello yoga induista, c'è una relativa permanenza degli
stati di beatitudine, anche se al di là di questi c'è ancora
un"esperienza in cui non esistono più emozioni (sagunam
purusa contrapposto a nirgunam purusa, YS, 4:38). Per
il sentiero di mezzo, gli intensi stati emotivi hanno luogo in
forma relativa e dipendente, ma alla fin fine sono vuoti. In ogni
caso, l'esperienza umana della sofferenza viene alterata perché
è cambiato il modo di elaborare le informazioni sulle emozioni.
Questa concezione è assai vicina alle teorie cognitivistiche
delle emozioni, basate sull'elaborazione delle informazioni
(Tompkins, 1962-196 e Singer e Antrobus, 1972). L'affetto è la
parte del sistema di elaborazione delle informazioni che serve a
provocare una retroazione sull'elaborazione stessa e funge come
base per la motivazione e l'azione. Se per esempio i nuovi
stimoli da elaborare sono troppi, ne può seguire una risposta di
soprassalto. L'elaborazione moderata delle informazioni provoca
interesse; gli stimoli discrepanti impauriscono. E logico che una
considerevole e permanente alterazione del modo di elaborare le
informazioni produrrebbe anche un"alterazione altrettanto
considerevole e permanente nell'esperienza dell'emozione. I testi
della meditazione rivendicano qualcosa di assolutamente radicale:
nientemeno che una vita senza l'esperienza della sofferenza
emotiva. Freud è stato più pessimista quanto alla psicoanalisi,
in cui l'interpretazione delle associazioni libere potrebbe
soltanto sostituire la sofferenza nevrotica con la comune
infelicità umana. I maestri della meditazione hanno ripreso il
cammino dal punto in cui si era arrestato Freud. Nelle parole del
Buddha: "Se c'è una sola cosa che vi insegno, è la fine
della sofferenza".
Il disciplinato spiegamento dell'attenzione, che può
modificare permanentemente l'elaborazione umana delle
informazioni, può anche alleviare ogni traccia dell'infelicità
quotidiana.
http://www.rebirthing-italia.com/wilber_bigego.htm
__________________________________________
Il
mondo è il mio corpo, e ciò da cui guardo è quello che sto
guardando.
... La
memoria mi dà la conoscenza dell'effettivo passato... (ma)
conosco solo le memorie del passato, e quelle memorie esistono
solo come esperienze presenti.
Allo
stesso modo, non conosco mai il futuro, conosco solo le
anticipazioni... che sono esse stesse parte dell'esperienza
presente.
Vedere
che sia il passato come memoria che il futuro come anticipazione
sono fatti presenti, significa vedere che tutto il
tempo esiste o r a .
Ken
Wilber
http://risveglio.freeservers.com/capitolo5.htm
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Nell'area della psicoterapia transpersonale sono recentemente usciti due libri di grande rilievo: "L'occhio dello Spirito", di Ken Wilber (The Eye of Spirit, Shambhala) e "L'ombra del Sacro" (Shadow of the Sacred, Quest Books) di Frances Vaughan. Il prezioso contributo dei due esponenti dei movimento transpersonale è quello di rendere sempre più chiaro il valore dell'integrazione tra psicologia e sentieri meditativi nel campo della ricerca sulla coscienza, della psicoterapia e dello sviluppo oltre l'io. Il punto di svolta costituito dalla psicologia transpersonale consiste nel riconoscimento del ruolo della spiritualità nella salute mentale, e del valore della pratica meditativa in psicoterapia.
Il cammino spirituale attraverso i sistemi meditativi sviluppa una coscienza più chiara delle potenzialità interiori, della sofferenza, della psicopatologia, e dei processi mentali e percettivi che regolano il comportamento: in tal senso, praticare la meditazione non solo non è antinomico al percorso della psicologia, ma ne rinforza proprio l'aspetto più scientifico.
Sia Wilber che la Vaughan sottolineano come il significato dell'accostamento tra spiritualità e psicologia consista non solo nel riconoscere che il Sacro è una dimensione costitutiva dei Sé, e che l'esperienza spirituale quale stato di coscienza oltre l'io è parte dei percorso evolutivo, ma anche che la via verso tale esperienza attraverso l'itinerario meditativo consente di penetrare nei reami dell'inconscio che sono preclusi all'introspezione, consentendone sia l'integrazione che lo studio sistematico
Come dice Ken Wilber, la meditazione dà accesso a cinque tipi di inconscio:
Quest'ultimo tipo di inconscio è forse il più difficile da penetrare perché costituisce "l'occhio'' con cui si osserva la realtà e se stessi: è una parte del vedente che non può essere vista, ovvero è il filtro percettìvo attraverso cui si interpreta l'esperienza.
Nella meditazione, attraverso la pratica di autosservazione, si ha accesso alla dimensione inconscia dell'io, e quindi ai filtri percettivi, nella misura in cui ci si aliena a rendere oggettiva la struttura soggettiva, ovvero a realizzare quella "disidentificazione" che permette la differenziazione della coscienza non solo dagli oggetti mentali, ma anche dal soggetto che li osserva.
Wilber sottolinea come il processo di disidentificazione dai contenuti mentali promosso dalla pratica di autosservazione è in sé uno strumento di superamento dello stadio di coscienza personale: infatti esso decostruisce la fusione con le strutture che fissano il livello egoico mettendo in gioco le linee evolutive e accelerando i processi di trascendenza verso il più alto stadio di sviluppo.
L'importanza dei riconoscimento dei filtri percettivi è sottolineata anche da Frances Vaughan: la studiosa rileva come i modelli con cui il vedente è identificato forgiano la sua percezione; infatti, quando si è inconsci di quali oggetti mentali costruiscono la percezione, si tende a vedere solo ciò che si conforma alla propria visione dei mondo. Vedendo e scegliendo secondo i propri filtri percettivi (che sono alterati da meccanismi difensivi e da assunzioni preconcette) si continua ad operare in maniera che non è rispondente alla propria reale natura, ma è manipolatoria e separativa, e rende l'io sempre più pellegrino, diviso dal Sé e prigioniero della realtà contingente.
Negli scritti dei due esponenti della psicologia transpersonale è delineato con chiarezza come la meditazione sia non solo una via di realizzazione della coscienza transpersonale, ma anche un mezzo di integrazione della personalità del tutto coerente con le finalità della psicoterapia. La relazione tra salute mentale e meditazione viene enfatizzata dalla Vaughan, la quale afferma che la pratica spirituale nella vita giornaliera è sì una via per liberare l'Anima, il Sé, e per ricondurci a ciò che veramente siamo, ma anche un mezzo per vivere con più profondità, più consapevolezza e gioia: in altre parole, è un mezzo per diventare più sani ed armoniosi.
Emerge che, indipendentemente dagli assunti metafisici, la pratica meditativa fa bene: produce qualità della salute e aiuta la persona a vivere con più pace, con più significato e libertà.
Rilevando altrove che la libertà è essenziale non solo per il benessere personale, ma anche per una società democratica e pacifica, la Vaughan denota come il bisogno che l'uomo ha sempre sperimentato di raggiungere la libertà, è nella stessa direzione dei suo bisogno di felicità, di significato e di appartenenza: tutti questi bisogni non possono essere divisi dalla spiritualità, che rappresenta proprio il campo della loro realizzazione.
Nel suo prezioso libro, la psicoterapeuta americana aiuta a comprendere anche le difficoltà e le trappole del cammino meditativo, che possono sconfinare in vere e proprie psicopatologie e illusioni, arrestando la crescita umana. Divenire consapevoli dell'illusione spirituale richiede al ricercatore di affrontare un altro compito del sentiero transpersonale, che è la purificazione etica dei fattori egocentrici, senza la quale il mito dello sviluppo della coscienza oltre l'io può divenire un drammatico volo di Icaro.
Discriminazione e purificazione, umiltà e serietà sono i presupposti perché meditazione e psicologia si sposino al servizio di una più completa e chiarificata scienza della salute. Discriminazione e purificazione, umiltà e serietà sono anche le condizioni perché il lavoro interiore del meditante mantenga ciò che la tradizione promette: il passaggio dall'ignoranza alla conoscenza e dalla paura all'amore.
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